È DEL tutto evidente che gli assessori della giunta de Magistris siano tredici e non dodici. Claudio de Magistris di fatto e dalla prima ora, assessore ai grandi eventi ha avuto una reazione di tono e contenuto politici contro l'atteso provvedimento di Angelini e Cozzolino su piazza del Plebiscito. È del tutto evidente che un "semplice" consulente del sindaco non può né deve interloquire con vertici istituzionali. Se lo ha fatto, è perché si sente (ed è autorizzato a sentirsi) figura politica e non tecnica dell'apparato amministrativo comunale. Non scomodiamo il sacrosanto principio della libertà di opinione. Non c'entra. Qui siamo in presenza d'un confronto tra istituzioni e Claudio de Magistris non rappresenta l'istituzione comunale. Per due anni ha svolto il ruolo di consulente con frenetico attivismo all'interno della macchina comunale ma anche con corretto riserbo all'esterno, non comparendo mai in forme eclatanti. Questo comportamento si modifica ora, quando la questione mette in discussione il suo ruolo, le sue funzioni, il suo lavoro. Non prima. Non quando, per analoghi eventi in via Caracciolo e Villa comunale, gli stessi organi statali di tutela non sono intervenuti o hanno autorizzato con motivazioni non condivise da tutti. In quei casi, i provvedimenti di tutela e ancor di più la loro assenza, non intralciavano i programmi organizzativi e perciò non v'era contrasto. Ora invece è scattata la reazione scomposta, con il fratello sindaco a tenergli bordone. Ma si è andati oltre la logica e il senso della misura. Apprendiamo infatti che se non vi sarà a Napoli sviluppo nei prossimi anni, la colpa sarà dei mancati concerti previsti al Plebiscito, da Pino Daniele ad altri. Per fortuna, ha dichiarato il sindaco, Mark Knopfler ha accettato l'alternativa dell'Arena Flegrea, altrimenti «lo avremmo perso, e poi avremmo dovuto ringraziare il soprintendente». Per il mancato sviluppo di Napoli, ovviamente. Fin qui, le dichiarazioni oscillanti tra Ionesco e Scarpetta, precedute dall'inopportuna invasione di campo istituzionale. A seguire, è necessario segnalare brevemente almeno due risvolti politici più strutturali che emergono dalla vicenda. Il primo, riguarda l'uso strumentale dei beni culturali. Nella campagna elettorale di de Magistris, la loro strenua difesa gli è valso l'appoggio di associazioni ambientaliste e di tutela. In questi due anni di concreta applicazione del principio, il loro uso è stato invece legato alla convenienza politica del momento. Per mimetizzare quest'ambigua finalità con più nobili proponimenti, è stato introdotto il concetto di "bene comune". Esso dovrebbe risolvere il problema sulla base di un sillogismo ingenuo quanto rozzo: i beni culturali sono beni comuni; sui beni comuni decide la comunità; quindi, la comunità decide sui beni culturali. Il ministero, gli organi periferici come le soprintendenze e le leggi di tutela, divengono incongrue presenze. Su piazza del Plebiscito, il decreto del soprintendente non è un editto che vieta tutto e sempre, è un elenco di regole da osservare, scrupolosamente si spera. Che sia questo il vero motivo che ha scatenato la reazione di un'amministrazione abituata a una interpretazione flessibile e creativa delle regole della tutela? Un esempio per tutti, il lungomare. Il secondo risvolto politico riprende la questione degli eventi. Quella di de Magistris viene definita, appunto, politica degli eventi. Fossero veramente tali per qualità e benefici indotti, sarebbero come manna che cade dal cielo. Piovono invece eventi simili alle poche gocce d'acqua che nei mesi caldi promettono refrigerio difficilmente poi appagato. Con inevitabile seguito di maggiori afa e disagio termico. Questa è la sensazione che si avverte dopo ogni evento presentato come momento di palingenesi urbana. Magari esso sarà anche riuscito, ma non avanza di un passo la nostra qualità di vita in città e la palingenesi è rinviata al prossimo appuntamento con la storia. Siamo stati informati sugli eventi ludico-cultural-canori dei prossimi mesi. Nulla sappiamo su altri dettagli, l'idea di città che ha in mente il sindaco, per dirne una, e che dopo due anni siamo autorizzati a chiedere. È pensabile continuare ancora così per altri tre anni? Speriamo di no, temiamo di sì.
NAPOLI - I de Magistris raddoppiati
Il sindaco di Napoli, Claudio De Magistris, ha dichiarato che se non ci sarà sviluppo nella città nei prossimi anni, la colpa sarà dei mancati concerti previsti al Plebiscito. Ha anche affermato che Mark Knopfler ha accettato l'alternativa dell'Arena Flegrea, altrimenti lo avremmo perso. Il fratello del sindaco, Antonio De Magistris, ha tenuto a bordone Claudio De Magistris, ma la sua reazione è stata scomposta. La vicenda ha sollevato due risvolti politici strutturali: l'uso strumentale dei beni culturali e la questione degli eventi. Il ministero e le soprintendenze sono stati criticati per la loro interpretazione flessibile e creativa delle regole della tutela.
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