LA discussione sull'utilizzo di piazza del Plebiscito è diventata una nuova guerra di religione, così come ormai capita su ogni argomento pubblico. Tengo a precisare che, personalmente, reputo le argomentazioni del dottor Cozzolino incomprensibili e irricevibili; infatti, usare un contenitore di grande fascino come la nostra piazza per alcuni eventi culturali di prestigio internazionale non cozza in alcun modo con l'opportunità per turisti e napoletani di fruire delle bellezze monumentali lì presenti. Anche perché i cosiddetti eventi sono in numero assai risicato. Quindi tutta questa diatriba, che quotidianamente sta tenendo banco, trovo sia non solo esagerata, ma anche stupida; e anche le risposte del Comune sono deboli e continuano a dare il fianco alle polemiche. Credo sarebbe più utile sostenere, innanzitutto, che la soprintendenza e il soprintendente rispondono a un sistema istituzionale profondamente modificato e con responsabilità che oggi ricadono esclusivamente sul sindaco e sulle competenze comunali. Quindi in un paese, che pretende di mettere mano alla Carta costituzionale, sarebbe cosa giusta iniziare una radicale semplificazione normativa e burocratica eliminando ciò che non serve più. La proliferazione di poteri non solo determina spreco del danaro pubblico, ma fa svanire il principio della responsabilità; elemento fondativo di una democrazia moderna. Osservo, inoltre, che si è sviluppato un dibattito sulla piazza di questi anni. Ebbene dopo la sacrosanta chiusura del 1994, dopo l'era dei capodanno, dopo le straordinarie installazioni cos'altro è da ricordare? Purtroppo nulla! E perché? Questo è il tema, come si fa a pensare che un luogo urbano viva senza funzioni? Quali possono essere le funzioni del Plebiscito oltre alla fruizione dei monumenti? Per schema io dico: cultura (mostre, dibattiti, librerie), ristorazione (bar, caffè letterari, ristoranti), spazi ludici (spazi attrezzati per bambini, giostre). Altro? Nen venga! Ma perché di tutto ciò neppure l'ombra? Eppure in tanti hanno manifestato idee e interesse. Le risposte sono due: la prima riguarda la pesantezza del procedimento decisionale amministrativo e burocratico che si inabissa in una moltitudine di pareri, di competenze e intromissioni illegittime della politica che dovrebbe limitarsi all'indirizzo; la seconda attiene proprio al ruolo esercitato dalla soprintendenza che ha, da sempre, una concezione "proprietaria" di questi luoghi e ne impedisce pervicacemente lo sviluppo, la fruizione e paradossalmente diventa artefice del degrado. Perché i Campi Elisi a Parigi sono un susseguirsi di strutture per il tempo libero e l'infanzia? Perché sulle scale della chiesa di Montmartre i bambini possono divertirsi sulla giostra? Qui a Napoli invece è tutto immobile, poiché c'è sempre una soprintendenza contro, a prescindere dalla qualità dell'offerta. Un bene pubblico, qualunque esso sia, è tale se può appartenere, nel più assoluto rispetto delle regole di civiltà, alle cittadine e ai cittadini. Nella nostra realtà questo diritto, godibile in ogni luogo del mondo, è al massimo una "gentile concessione". Pare che nei prossimi giorni in prefettura si terrà una riunione sul degrado di piazza del Plebiscito, mi auguro che i partecipanti sappiano parlarsi con chiarezza e senza infingimenti consociativi, così che finalmente regole, competenze, utilizzo e soprattutto diritti dei cittadini siano della partita.