SI È acceso, anzi letteralmente incendiato, il dibattito sull'uso di piazza Plebiscito. Sembrano di nuovo fronteggiarsi il partito dei conservatori a difesa dell'integrità storico-monumentale dell'antico Largo di Palazzo e quello dei movimentisti animati dal desiderio di agire lo spazio della città nelle situazioni cangianti della vita. Da una parte i burocrati delle regole e dei vincoli, dall'altra i creativi per loro natura sovversivi e imprevedibili. Ma è davvero questa l'alternativa? Il casus belli, com'è noto, è stato l'oscuramento della piazza da parte degli organizzatori del concerto di Springsteen. Un uso così aggressivo e totalizzante dello spazio pubblico, peraltro di tale valore simbolico e architettonico sarebbe stato mai concesso a Venezia, a Roma o a Firenze? I due De Magistris e i loro cantori probabilmente non hanno inquadrato il problema, non hanno visto o, nella peggiore delle ipotesi, se ne infischiano. L'argomento del de Magistris impresario sarebbe che in tutti i musei, anche a Napoli, si svolgono iniziative private. Il fratello piccolo per gli eventi grandi non dice però che i musei, applicando la legge Ronchey, impongono tariffe salatissime per tali iniziative, che mai autorizzerebbero a discapito della tutela del luogo e dell'utenza quotidiana. I cosiddetti eventi privati, infatti, si svolgono negli spazi pubblici museali sempre fuori dai percorsi dedicati ai visitatori e a distanza di sicurezza dalle opere in mostra. Tutto il contrario dell'allegra formula applicata a piazza Plebiscito: nessun ritorno economico per il Comune, nessuna protezione per i monumenti, accesso sbarrato alla cittadinanza. L'argomento del de Magistris sindaco sarebbe infatti che la città è un'entità politica pulsante, desiderosa di aprirsi al mondo con la musica e con la cultura, così viva da non poter essere bloccata dai lacci e dai lacciuoli della burocrazia. Al primo cittadino arancione, assertore della democrazia partecipata, però, non dovrebbe sfuggire che una piazza monumentale non è un oggetto politico, manovrabile dalle volontà dei molti o dei pochi, perché essenzialmente un bene comune, appartenente storicamente e simbolicamente "all'orizzonte dell'esistere insieme", espressione cara al giurista Ugo Mattei, l'ideologo chiamato a riscrivere le regole dell'azienda che gestisce l'acqua pubblica napoletana. Quando i sostenitori del libero concerto in libera piazza si renderanno conto che in piazza Plebiscito proprio la libertà, il valore e la disponibilità delle cose di tutti sono stati negati alla radice pur di trasformare i cittadini e i turisti in spettatori a pagamento, magari si inizierà a ragionare al di là degli schieramenti di comodo o di facciata. Ma questa è forse l'illusione più fragile. Con una Regione di centrodestra che, sin dal suo primo giorno, ha teorizzato la penuria di fondi per la cultura come opportunità per il libero dispiegamento delle forze del mercato e un Comune arancione che della cultura ha una visione agitata, da montagne russe, affidata al caso e alla furbizia del miglior offerente, i palazzi della politica si son trovati un po' per caso a occupare tutto il campo dell'offerta estetica della città. Niente accade più fuori dal loro discorso o dal loro controllo. Dunque, anche in piazza Plebiscito è sempre e soltanto una questione di potere. Infatti, mai come in questi ultimi anni, dopo la stagione della declamata propaganda culturale bassoliniana, l'egemonia politica sembra giocarsi sulla tenuta finanziaria e sul clamore mediatico di istituzioni e di eventi spettacolari e artistici. Gli ideologi del pluralismo del mercato e quelli dello spontaneismo delle forme e dei soggetti creativi hanno costruito insieme un mediocre ma pervasivo sistema culturale d'impronta dirigista, che fa da contrappeso a un confuso e selvaggio calendario di eventi spettacolari. Palazzo Santa Lucia e Palazzo San Giacomo, dimenticando i discorsi d'insediamento, si sono industriati a fare esattamente il contrario di ciò che avevano promesso: la Regione riversando una valanga di fondi pubblici (per ultimi i 60 milioni del Pac) solo sulle istituzioni messe sotto controllo, dopo la ramazzata politica al finto grido di "facciamo posto ai privati"; il Comune delle assemblee del popolo svendendo non si sa quando e non si sa come via Caracciolo e piazza Plebiscito, monumenti del paesaggio, della storia e della cultura, a un'idea raffazzonata di manifestazioni pseudoculturali, organizzate quasi sempre all'ultimo momento, senza qualità progettuale, a volte nascondendosi dietro il nome di richiamo internazionale. Oggi l'idea liberale di Caldoro si è dissolta nel decidere con la sua corte quale spettacolo debba vivere (con risorse europee) e quale debba morire nel definanziamento della legge regionale del 2006, che ha il torto di fissare regole trasparenti per l'accesso ai fondi. Dall'altra parte, l'idea rivoluzionaria di de Magistris si è adattata a sostenere che qualunque cosa accada sul lungomare o in piazza, a costo zero per il Comune, produce un indotto economico e d'immagine incalcolabile, vantaggiosissimo per la città. Paradossalmente, il sindaco si è convertito in una specie di faccendiere del brand Napoli, come se la cultura metropolitana fosse solo un affare di impresari di musica e di fratelli in carriera, di velisti e di agenzie del turismo. Alla fine, ciò che resta delle politiche regionali e comunali, dopo gli psicodrammi della paventata chiusura dei teatri e dei musei, spenta la baruffa sull'uso degli spazi pubblici, è la nevrotica certezza che nei prossimi giorni si comincerà tutti insieme a rimestare nelle problematiche del Forum. Di emergenza in emergenza, con grande uso di artifici, si continua a costruire polemiche mediatiche per trasferire l'attesa dai contenuti alla fattibilità. È il motivo per cui ad alcuni anche in buona fede è apparsa addirittura onesta e comprensibile la reazione scomposta del sindaco alla notizia delle regole normali e civili imposte dal soprintendente per l'uso di piazza Plebiscito. Questa politica impotente e patetica, sempre sull'orlo di una crisi di nervi e in perenne ansia da prestazione, ci ha ridotto a considerare un successo che si riesca a fare qualcosa, non più e forse mai più che la cosa fatta sia riuscita, che abbia senso e che abbia un valore certo e riconosciuto.
NAPOLI - La sfida delle regole in piazza Plebiscito
Il dibattito sull'uso di piazza Plebiscito a Napoli è acceso. I conservatori difendono l'integrità storico-monumentale della piazza, mentre i movimentisti desiderano agire lo spazio della città nelle situazioni cangianti della vita. Il concerto di Springsteen è stato un punto di svolta, con l'oscuramento della piazza da parte degli organizzatori. I due De Magistris hanno espresso opinioni diverse, con il primo sostenendo che le iniziative private non dovrebbero essere autorizzate a discapito della tutela del luogo e dell'utenza quotidiana, mentre il secondo sostiene che la città è un'entità politica pulsante che deve aprirsi al mondo con la musica e la cultura.
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