LA RECENTE polemica tra le soprintendenze, il sindaco di Napoli e gli organizzatori di feste e cotillons, con l'aggiunta di qualche giornalista in vena di "rivoluzioni arancioni", è uno degli esempi più clamorosi dello scollamento istituzionale che stiamo vivendo a Napoli, con buona pace anche dei livelli nazionali, naturalmente. In merito occorrerebbe ricordare che le soprintendenze sono organi periferici dello Stato e come tali non possono essere riguardate come uno dei tanti enti paracomunali, cui come sostiene il pubblicitario Testa il sindaco può dare tutti gli ordini che vuole. E meno male che almeno questo ci sia rimasto, dopo l'orgia di potere che si è scaricata sui sindaci in seguito alla riforma dell'articolo V della Costituzione. Occorrerà anche ricordare che lo stesso sindaco, fulminato sulla via Caracciolo da una intuizione geniale, ha disposto e dispone l'uso e l'abuso degli spazi pubblici (quelli appena definiti beni comuni, per intenderci) come meglio conveniva al suo vantaggio del momento, nel più assoluto disprezzo dei contrari pareri di quanti sono andati a protestare persino a piazza Municipio, per farglielo capire. Uno degli episodi più clamorosi è stato quello di domenica scorsa, quando l'area "pedonalizzata" di via Partenope è stata presa d'assalto per l'esibizione delle Ferrari, con una contraddizione in termini, sulla scelta della ubicazione dell'iniziativa, che ha suscitato persino le perplessità di Italia Nostra, generalmente assai tenera con la rivoluzione arancione. Nessuno infatti ha badato all'invasione di automobili sui marciapiedi di via Santa Lucia e dintorni, oggetto di periodica preda dei guardamacchine nei fine settimana. Ma tant'è: i larghi marciapiedi di Santa Lucia sono stati un'invenzione del Comune, ed è evidente che la regolamentazione del loro uso non interessa a nessuno, meno che mai a chi li ha realizzati. Che l'area di piazza Plebiscito sia in grave degrado è sotto gli occhi di tutti, e che lo fosse da tempo è altrettanto noto: non so quante volte sono state restaurate le dita del povero Alfonso d'Aragona. Tuttavia non vi si vede nemmeno l'ombra di un vigile, che multi i pallonari o i "canari", che vi stazionano abitualmente, con il correlato di deiezioni che li accompagna. Evidentemente ciò si deve al fatto che la piazza "è di tutti". Ora i due soprintendenti provano, sia pure con grande ritardo, a mettere un po' d'ordine, dettando alcune regole; neppure troppo severe, tra l'altro, se si riflette a come potrebbe apparire un ingombro di 20 metri d'altezza per tutta la facciata di Palazzo Reale, appena suggerito da Italia Nostra quale possibile contemperamento delle norme. Ma il sindaco dichiara che "si riprenderà" la piazza, mal digerendo non tanto le regole dettate dal decreto, quanto il fatto che l'iniziativa delle soprintendenze minaccia di rivelarsi un grimaldello per mettere in crisi il suo illimitato potere di regolazione della vita urbana e di inveramento dell'antico adagio borbonico. Intanto, fino a quando 500 concittadini, tra i quali un cardinale, quattro rettori, numerosi assessori e professionisti, inconsapevoli del paradosso tra la loro dichiarazione e i loro ruoli, firmeranno un appello perché l'allenatore del Napoli non se ne vada, sembra dubbio che la città stessa riesca a essere credibile, e soprattutto degna di apprezzamento in tutti i suoi aspetti e non di compassionevole tolleranza, come accade ormai a chiunque ne parli al di fuori della cinta daziaria di Napoli. Occorre ormai che il problema della rappresentanza cittadina si ponga al di fuori delle comode scorciatoie ideologiche, che hanno inquinato e subornato finora i giudizi e i sentimenti popolari. Verrà il momento che ci scrolleremo da dosso questa casacca, o continueremo a vivacchiare tra una miserabile polemica e l'altra?