PROPRIO un anno fa veniva disposta la chiusura del Palazzo della Sapienza di Pisa, l'edificio rinascimentale che è il simbolo dell'Ateneo e la sede della facoltà di Giurisprudenza e della Biblioteca universitaria, il cui prezioso patrimonio librario e documentale era oggetto di studio da parte dei ricercatori di tutto il mondo. LO SCIAME sismico del maggio 2012, che ha avuto il suo epicentro in Emilia, ha infatti minato la stabilità dell'edificio, che già da tempo mostrava gravi segni di sofferenza, mettendo a rischio la sicurezza delle migliaia di visitatori che ogni giorno frequentavano quel luogo. Inevitabile dunque la chiusura disposta dal sindaco della città. Si è aperta allora una ferita profonda, non solo per la comunità scientifica pisana e per la città, ma anche per l'intero Paese. Un altro patrimonio di cultura, di inestimabile valore, potrebbe rischiare, in mancanza di coraggiosi e tempestivi interventi, di rimanere per anni chiuso al pubblico e in preda al degrado, se non al rischio che vengano a crearsi danni irreparabili, come insegnano la vicenda di Pompei e quella di molti, troppi beni culturali in Italia. Di fronte a questi pericoli l'opinione pubblica si è giustamente mobilitata, con petizioni e appelli di testimoni importanti della cultura nazionale. Non possiamo permetterci, il Paese non può permettersi, che luoghi emblematici come la Sapienza diventino solo fantasmi di un glorioso passato. Fece scalpore qualche anno fa l'affermazione del ministro Tremonti che "la cultura non si mangia". Niente di più sbagliato e di più miope. In un Paese come il nostro, attorno a una lungimirante valorizzazione del patrimonio artistico e culturale si è creata e può sempre più crearsi un'intera economia. Non penso solo al tradizionale canale del turismo, pur sempre centrale, ma anche alla mobilità dei ricercatori e all'innovazione tecnologica che dal campo delle cosiddette "digital humanities" a quelli delle tecniche e materiali per il restauro e la conservazione e dell'edilizia sostenibile può trovare un'occasione per fare impresa, creare startup, dare lavoro a giovani talenti che altrimenti sarebbero costretti a fuggire altrove. Non consiste proprio in questo la cosiddetta «terza missione» dell'università? Perciò l'intero Ateneo pisano e i suoi organi di governo hanno fatto della ricerca di soluzioni efficaci una priorità assoluta, senza perdere tempo, non facendo delle difficoltà e delle pastoie burocratiche nostrane un alibi per rinviare all'infinito, come troppo spesso accade. Molti passi sono stati compiuti, allo scopo prima di gestire l'emergenza causata dalla chiusura del Palazzo e poi di arrivare a definire un quadro preciso degli interventi necessari per il ripristino di una situazione di piena sicurezza e agibilità, nonché individuare soluzioni temporanee per rendere di nuovo fruibili i locali della Sapienza per le funzioni che storicamente assicurava. Soprattutto abbiamo posto con forza il tema davanti all'opinione pubblica e alla politica nazionale, nella consapevolezza che occorresse interessare direttamente i ministri competenti del governo Monti, prima, e oggi dei nuovi responsabili dell'Università e dei beni culturali, ai quali ci rivolgiamo per sollecitare segnali concreti di attenzione e sensibilità. Non c'è tempo da perdere. L'Università di Pisa, la città, l'intero Paese hanno bisogno di ricevere risposte adeguate alla gravità della situazione. L'autore è il rettore dell'Università di Pisa