Finalmente il dibattito sul riconoscimento dell'Unesco per i portici di Bologna si è riacceso: qualcosa, è evidente, fermentava nelle istituzioni cittadine, poiché ora Università, Comune, Curia, Fondazioni, Provincia, Regione, Soprintendenza hanno ripreso il discorso per tessere quella coralità di intenti, quella coesione civile che sin qui è mancata per sostenere una così rilevante iniziativa per la nostra città. Occorre, tuttavia, che la prospettiva di giudizio rimanga ampia e problematica, che si eviti, ad esempio, di rivendicare l'importanza di un tratto di portici rispetto ad altri, come nei giorni scorsi suggeriva, invece, Renato Sabbi per i portici di San Luca, pur con l'autorevolezza di chi ne presiede il restauro. Evitiamo, insomma, di dividerci, ciascuno proclamando l'unicità del proprio portico prediletto, mentre si domanda il riconoscimento universale della loro bellezza: non per i bolognesi di questo o altro quartiere, ma, si badi bene, per l'umanità. Evitiamo, soprattutto, di considerare il punto è cruciale la questione dei portici separata dalla più ampia tutela del centro storico, e di dissociare quest'ultima, dal canto suo, dalla questione dell'ordine pubblico, che proprio in questi giorni campeggia dopo gli scontri di piazza Verdi tra collettivi e forze dell'ordine. La tutela, la custodia, la promozione della bellezza sono strutture portanti, non del solo decoro cittadino, ma della vita umana. Dimorare in una città degradata, per chi non possieda anticorpi spirituali o culturali, non inclina alla fuga (fisica o mentale che sia) o, nel peggiore dei casi, alla partecipazione al degrado? Benissimo ha fatto il rettore Ivano Dionigi a richiamare la necessità di «voltare pagina», di smetterla di considerare in modo parziale problemi generali, di non ridurre a questione di «polizia» la vita civile (dove le regole che tutelano la città sono le medesime che consentono la protesta democratica, poiché nascono storicamente dalla medesima radice: la protesta, che saccheggia e devasta, e la tutela che reprime i diritti politici, sono egualmente funeste per Bologna). Per curare una città malata serve la vigilanza della nostra coscienza, la competenza degli amministratori, una diffusa educazione alla bellezza del centro storico, e tanta, tanta buona volontà. Serve semplicemente si può dire? amore per Bologna. Se i riconoscimenti internazionali verranno, tanto meglio. Ma, se non dovessero venire, non muterebbe per questo il nostro dovere quotidiano. È davvero giunto il tempo di voltare pagina. Marco Veglia 31 maggio 2013