Tutto esaurito all'Eliseo di Roma per il convegno sulla crisi della democrazia 15 tesi per riattivare la politica partendo dai movimenti e dalla Costituzione, con Fabrizio Barca di Rachele Gonnelli ROMA Posti in piedi, anzi neanche in piedi, con porte chiuse e fila fuori, ieri al ridotto del teatro Eliseo in via Nazionale a Roma, per il convegno sulla crisi della democrazia e di presentazione del manifesto di Salvatore Settis, 15 tesi «non inchiodate al portone di una chiesa», come ha detto lui, ma affidate alla rivista left che le ha pubblicate e ha organizzato il convegno, al quale hanno partecipato esponenti del Pd come Fabrizio Barca e Renato Soru, di Sel e dei Cinque Stelle, del Teatro Valle Occupato e giornalisti tra cui il nuovo direttore di Left Maurizio Torrealta. L'archeologo, già direttore per oltre un decennio della Scuola Normale Superiore di Pisa, ora Accademico dei Lincei, editorialista di grandi quotidiani nazionali, è nel direttivo del Louvre di Parigi, dopo aver anche diretto il Getty Research Institute di Los Angeles e presieduto il Consiglio Superiore dei Beni Culturali. È, senza tema di smentite, uno dei più importanti intellettuali italiani. Ma l'approccio con cui si è posto con le sue 15 tesi e nel discorso di ieri è tutto politico. Lui che, come ha ricordato, non ha mai avuto tessere ma ha «sempre votato a sinistra, per un'istanza di giustizia che magari avrei voluto più radicale ma mi sembrava comunque rappresentata come direzione». Un tempo, rimprovera negli ultimi anni «in particolare al Pd» di aver smarrito la bussola, in particolare adesso con il governo delle larghe intese ma anche prima, «avendo aperto la strada a progetti della destra» come la svendita del patrimonio monumentale e culturale. Da professore dopo il suo ritorno dagli Usa ha scritto alcuni libri sull'argomento, poi ha deciso di scendere in campo, «senza però avere alcuna ambizione a fare l'assessore o il deputato», e invece per rivitalizzare il dibattito politico. Considerando l'Italia come il caso limite di un processo che investe anche l'Europa di «democrazia senza popolo», che può evolvere in una riscossa dei cittadini o avvilupparsi in qualcosa di peggiore e pericoloso. In ogni caso che sarebbe sbagliato pensare di lasciare al «pilota automatico» di cui parla Mario Draghi, perché significa abbandonarla alla dominanza dei mercati, alle oligarchie e tecnocrazie, o a apparati di partito che si autoperpetrano inducendo fenomeni di sfiducia, astensionismo, gesti estremi di protesta fino al suicidio o movimenti di protesta come quello di Beppe Grillo. Il faro per Settis, applaudito per alcuni minuti al termine del suo lungo intervento da una platea attenta composta in gran parte da persone non giovanissime, è «l'associazionismo diffuso». Un tessuto stimato da lui in 5-8 milioni di cittadini, inclusi i sindacati, poco ascoltato dalle istituzioni, cittadini che «guadando fuori dalla propria finestra cercano di capire più in là» e difendere quelli che considerano beni comuni, dall'acqua pubblica al paesaggio, dai diritti ai servizi sociali. Settis richiama il diritto «alla resistenza del singolo contro lo Stato in nome del bene pubblico e dello Stato», in inglese si chiama spiega adversary democracy o controllo pubblico, lui prende il concetto dalla Repubblica partenopea di Eleonora de Fonseca Pimentel, ma spiega che l'elaborazione dossettiana non fu esplicitata nella Costituzione perché «ritenuta implicita». Per altro la Carta del '48 va bene così, non va emendata né considerata come «litania di articoli staccati», ma solo attuata. Contrarissimo a Convenzioni o progetti di presidenzialismo. Fabrizio Barca, ex ministro della Coesione sociale, ha aggiunto a queste «due gambe» movimenti e Costituzione l'idea di una terza, un partito in grado di fare da cassa di risonanza. Sapendo che il vero male, seme del liberismo ma non solo, è l'idea di una governance semplice, di pochi che decidono perchè il sapere si pensa che sia di pochi, «dall'asse Torino-Lione ai termovalorizzatori». «Il limite anche del governo al quale ho partecipato».