NON si è capito se l'organizzazione del concerto di Bruce Springsteen abbia violato le prescrizioni della Soprintendenza, né se sia normale che un evento di tale portata commerciale debba godere di particolari esenzioni fiscali da parte del Comune. Il tema non è il valore artistico della manifestazione, del quale spero nessuno voglia discutere. Non lo è neanche l'arroganza del manager italiano di Springsteen, benché ci si chieda in quale altra città del mondo un piazzista di eventi musicali il signor Trotta compra e vende in Italia i concerti di alcuni musicisti internazionali avrebbe modo di polemizzare con le istituzioni ministeriali che sorvegliano i beni culturali. Fa comunque una certa impressione constatare che il teatro dell'ultima disputa tra presunte autorità sia ancora una volta l'uso della piazza dove insistono tutti i palazzi del potere moderno: la Chiesa (San Francesco di Paola), lo Stato (si fronteggiano a Est e a Ovest i palazzi della Prefettura e dell'Esercito) e la Cultura (Palazzo Reale, museo e ufficio della Soprintendenza ai Beni architettonici e ambientali). Nel quadrilatero di piazza Plebiscito s'incrociano gli sguardi che dovrebbero orientare la politica e disciplinare la vita cittadina. Eppure, se c'è un luogo non vissuto, non vigilato, non curato, tra i mille esempi di degrado e di desolazione urbana caratteristici di Napoli, questo è proprio piazza Plebiscito. Sul maestoso colonnato della basilica, se i ladri non hanno già provveduto ad asportarne le ultime vestigia, sono installati costosi impianti d'illuminazione, del cui spettacolare funzionamento però nessuno conserva memoria. Da molti anni, infatti, la piazza è colpevolmente buia, trafficata di giorno e di notte da schiere di ciclomotori, nonostante viga il divieto assoluto di circolazione. E nessuno che, dai vari Palazzi, sia almeno toccato dal dubbio se intervenire o se chiamare i vigili urbani. Simbolicamente è come se tutti i poteri dello Stato avessero deciso di voltare le spalle alla città, lasciando che il suo spazio storico-architettonico esemplare quello scelto nel 1994 come palcoscenico per lo sbarco dei grandi della Terra fosse ingoiato in una specie di nulla urbanistico: perfetto per le parate militari, le fiere paesane, la passerella fotografica degli sposi, il parcheggio degli ospiti delle feste in prefettura, i quotidiani flash mob dei disoccupati sempre meno organizzati e le transumanze di turisti gettati in strada dai pullman che presidiano il San Carlo. Ma un giorno, all'improvviso, ecco la Soprintendenza svegliarsi dal letargo. Se non aveva potuto fronteggiare lo scempio del lungomare e della sua scogliera, la morte del progetto Sirena, la distruzione della Cassa Armonica in Villa comunale, i rattoppi con asfalto abusivo alla pavimentazione stradale (gettate un occhio nella via Posillipo del dopo Giro d'Italia!) e i tanti altri segnali concreti del degrado cittadino, l'architetto Cozzolino si è però finalmente affacciato dal balcone reale, scoprendo con orrore una piazza Plebiscito sequestrata, oscurata, privatizzata dagli organizzatori del concerto di Bruce Springsteen. E, senza ulteriori indugi, ha annunciato l'emanazione di regole diverse e stringenti per evitare che la piazza possa ridiventare il campo di concentramento della folla rockettara. Bene, molto bene. Tuttavia, resta ferma una domanda: che potere è quello che non ha avuto la forza di impedire che accadesse ciò che considerava illegittimo e sbagliato, cioè l'oscuramento della piazza e l'uso non sicuro dell'amplificazione per la salute dei monumenti? Insomma, Cozzolino ha sicuramente molte ragioni, ma ciò che non è ragionevole, benché non inspiegabile, è che abbia taciuto fino al giorno dopo la manifestazione. Se lo Stato è fuori sincrono, troppo a lungo assente, indifferente all'uso discrezionale della cosa pubblica da parte dei potentati locali e in alcuni casi connivente per comodità o per ignavia, non può meravigliarsi poi di essere ignorato o addirittura sbeffeggiato quando si mette a parlare di regole e di leggi. La lunga storia di Napoli racconta le clamorose fortune del ceto politico locale, le sue improvvise, eppur prevedibili e ignominiose cadute, ma non tace neppure l'opportunismo ipocrita e il pervicace attendismo delle burocrazie statali. La parabola di de Magistris e il tardivo editto di Cozzolino s'inscrivono perfettamente nel quadro. Forse il nostro singolare destino di gente ingovernabile ha origine nella tara genetica della politica moderna italiana che ha preferito specialmente nel Mezzogiorno assentarsi, voltare lo sguardo altrove, decidendo che certi luoghi della democrazia non dovessero essere illuminati. In effetti, c'è qualcosa di oscuro e di profondo nell'incapacità dei poteri dello Stato, della Chiesa e della Cultura di determinare processi di normalizzazione di una città come Napoli, la cui immagine e il cui patrimonio storico, architettonico e paesaggistico possono essere privatizzati dalla volontà di un despota locale e della sua corte dei miracoli mediatici. Le regole per l'uso di piazza Plebiscito annunciate dal soprintendente sembrano invocare un ordine superiore condivisibile, in realtà presagiscono nient'altro che il declino dell'attuale esperienza di governo cittadino. Può essere una buona notizia, ma non è la soluzione del problema. La domanda è sempre uguale: quando mai Napoli avrà una politica normale, all'altezza di una metropoli italiana ed europea?
la Repubblica
29 Maggio 2013
✓ Entità verificate
NAPOLI - Nessuno governa piazza Plebiscito
ED
Eduardo Cicelyn
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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