«Le sembra possibile che la Soprintendenza per i Beni Culturali di Firenze non abbia i soldi per pagarsi la benzina e andare a controllare i siti etruschi? Ma come possiamo accettarlo?». Già, come possiamo? Salvatore Settis non ha il tono di chi si arrende. Archeologo di fama internazionale, membro di accademie scientifiche al di qua e al di là dell'Atlantico, ex rettore della Scuola Normale di Pisa (ha ricoperto l'incarico per 11 anni, fino al 2010), da qualche anno porta avanti un'intensa battaglia a difesa del patrimonio storico e paesaggistico italiano. Lo fa con articoli, libri, conferenze. Non smette di credere che la pressione dell'opinione pubblica («dobbiamo stare col fiato sul collo di chi ci governa») possa modificare le decisioni politiche. Anche per questo ha partecipato domenica sera al Festival delle Resistenze, parlando in piazza Matteotti in un tendone gremito di persone. Ma un colloquio col professor Settis non può che partire, in questi giorni, dal nuovo governo. «Sono molto preoccupato», afferma Settis pochi minuti dopo il giuramento dei ministri. Cosa non la convince? «La coalizione tra centosinistra e centrodestra mi preoccupa per due motivi. Il primo è che credo che un partito in cui ci sia ancora Berlusconi rappresenti un problema per l'Italia, sia perché abbiamo visto dove ci ha portato, sia per la nostra credibilità internazionale. Ma soprattutto questo governo non rispetta il responso delle urne. Non è quello che hanno chiesto gli elettori. Il Pd si era proposto in alleanza con Sel, è su quella proposta che aveva chiesto i voti che poi ha preso. Cambiare idea e fare un governo col centrodestra è un tradimento di quel patto con gli elettori. E' così che si scredita la democrazia. Ho stima di Letta, conosco diversi ministri, vediamo cosa faranno. Ma per ora hanno dimenticato un piccolo particolare: i cittadini italiani». Quali sono le prime cose che dovrebbero fare il nuovo ministro di scuola e università e quello dei Beni culturali? «Intanto spero che facciano una cosa insieme: convincere il governo a ribaltare la linea seguita da Berlusconi prima, e Monti poi, di tagli spietati alla cultura. Devono fare capire al governo che il Paese non ripartirà se non si faranno investimenti massicci in questi settori il Paese. Obama continua a ripeterlo: la cultura fa innovazione, e l'innovazione crea posti di lavoro. In Italia servono massicci investimenti, il resto sono chiacchiere». Investimenti per fare cos a? Se è vero che in Italia si investe poco in cultura, è anche vero che spesso si investe male. «Certo, sono stati fatti errori. Ma quegli errori vanno individuati e corretti. Invece in Italia si è semplicemente tagliato su tutto. Prendiamo i Beni Culturali. Nel 2008 c'è stato un taglio di oltre un miliardo di euro da cui il ministero non si è più ripreso. Il personale è sempre di meno e senza soldi. Sa cosa succede a Pompei? I visitatori entrano nelle case e camminando spostano le tessere dei mosaici. Una volta c'erano 20 restauratori che intervenivano: oggi ne è rimasto uno, e sta per andare in pensione. Ma le sembra possibile? E' possibile che in Italia poco più di 1000 persone debbano sorvegliare sul più grande patrimonio storico e paesaggistico del mondo? Bisogna investire e assumere». Sono finiti i soldi, dicono. «Non è vero. O non del tutto. L'Italia ha l'evasione fiscale più alta in Europa. E nel mondo fanno peggio solo Turchia e Messico: sono dati Ocse, tutto il mondo sa che siamo così. Secondo Confcommercio, nel 2012 gli italiani non hanno pagato tasse per 154 miliardi di euro. Basterebbe recuperarne il 5 e si risolverebbero tutti i problemi di finanziamento per scuola, università, cultura. No, non è vero che mancano i soldi: la verità è che difendiamo l'evasione. Il punto è che il dibattito pubblico è dominato dall'economia. Non si parla d'altro. Anche questo governo è nato come è nato per "risolvere i problemi economici". E il governo Berlusconi è stato abbattuto dallo spread, non dai tagli alle Soprintendenze. Come si concilia la sua visione dell'Italia col paradigma economico dominante? «Nessuno è contro l'economia. La domanda che dobbiamo farci è: quale economia? Esiste solo il paradigma neoliberista che ci viene imposto in Italia? Io non credo. Molti economisti, ad esempio i keynesiani, sostengono ad esempio che proprio questo sia il momento di grandi investimenti pubblici. Che non sono una cosa solo di sinistra: Sarkozy in Francia e la Merkel in Germania hanno investito miliardi di euro in ricerca, scuola, università. Piani pluriennali ricchissimi. Nessuno di quei leader si è sognato di tagliare l'erba sotto i piedi dei suoi cittadini, come invece hanno fatto i nostri. Siamo noi italiani che abbiamo accettato il pensiero unico di un'economia che cozza anche contro la nostra Costituzione. La Costituzione parla di economia: ma di un'economia integrata nella società, non contro la società. In Italia ci sono 60 milioni di persone che hanno diritto alla sanità, al lavoro, alla scuola. I ministri che stanno giurando sulla Costituzione devono garantirci questo, sennò che giurano a fare? Prima o poi arriverà un governo che dica: vogliamo un'economia che rispetti la Costituzione e i diritti degli italiani». Però investimenti pubblici significano anche grandi opere, che infatti molti imprenditori chiedono a gran voce. E grandi opere significano consumo del territorio. Lei da anni difende strenuamente il patrimonio anche paesaggistico italiano. Come concilia queste due posizioni? «Non c'è solo il sì o il no rispetto a una grande opera. C'è anche il come. Certe opere chiaramente non vanno fatte. Ma prendiamone una che serve: l'alta velocità tra Firenze e Bologna. E' meravigliosa. Ma è costata 4 volte più di quanto sarebbe costata in Francia, e ha distrutto 85 corsi d'acqua. Io chiedo: non era proprio possibile mantenere gli standard di costi francesi? E se proprio bisognava pagare così tanto, non si poteva investire nella tutela idrogeologica? Dove sono finiti tutti quei soldi?» Perché in Italia è così difficile tutelare il territorio? «In Italia c'è una situazione folle per cui le competenze di paesaggio, territorio, urbanistica ecc. sono divise tra Stato, Regioni e Comuni. Come se potesse esistere un paesaggio senza territorio, o viceversa Una giungla di leggi. Il risultato è che tecnici e politici passano il tempo a discutere di chi deve fare cosa, invece che del merito delle questioni. A questo si aggiunga che è ancora diffusa una forte cultura arcaica legata al mattone e alla rendita, così si è continuato a costruire anche quando non ce n'era necessità. Il risultato è che in Italia è cementificato l'8,1 del territorio, la media europea è del 4, in Germania il 6,6. Si dice che è per l'economia ma non è vero, si potrebbe impiegare lo stesso lavoro nel recuperare il già costruito. Per secoli l'Italia ha insegnato il bello al resto del mondo, mentre da decenni quasi tutto quello che costruiamo nelle nostre città è brutto e i terreni agricoli sono stati devastati. Ora quello che dobbiamo decidere è se vogliamo che questa situazione sia quella definitiva o se pensiamo che l'Italia possa cambiare. Io penso che possiamo cambiare, e tutte la presenza di tante associazioni di volontariato che si impegnano per difendere il territorio mi fanno ben sperare».
altoadige.gelocal.it
30 Aprile 2013
Questa economia è contro la società. L'Italia muore sotto il cemento e nell'indifferenza generale verso gli scempi del territorio
MA
Marco Rizza
altoadige.gelocal.it
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Bene culturale
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