Quando all'Aquila, lo scorso 5 maggio, Salvatore Settis è apparso in pubblico vicino al nuovo ministro per i Beni culturali Massimo Bray, più d'uno tra gli oltre mille storici dell'arte presenti ha pensato: «Ecco finalmente vicine l'auctoritas e la potestas». L'autorevolezza scientifica, morale, politica nel senso più lato di Settis e il potere di agire del ministro in carica. Da quando, nel 1974, è stato fondato quel ministero cruciale e sfortunato, mai nessun ministro ha riunito in sé auctoritas e potestas: ma con i gravissimi danni causati dagli ultimi tre titolari (Sandro Bondi, Giancarlo Galan, Lorenzo Ornaghi) il potere è arrivato a calpestare l'autorevolezza, anzi si è autorappresentato come il ribaltamento grottesco di ogni possibile autorevolezza. La presenza di Bray all'Aquila è stata il primo segno di un'inversione di marcia. Un'inversione resa più leggibile dal fatto che il neoministro ha voluto tacere, per ascoltare chi ogni giorno lavora nel, e per il, patrimonio artistico. E altri segni si sono moltiplicati: Bray è andato a Pompei in Circumvesuviana, come un qualunque cittadino. E poi si è precipitato a visitare il gran corpo ferito della biblioteca napoletana dei Girolamini, devastata e saccheggiata dal consigliere ufficiale dei suoi due predecessori Galan e Ornaghi. Ma non sarà facile, per Bray, tradurre questo nuovo stile in azioni di governo. Pessima, è per esempio, la convivenza con un Flavio Zanonato allo Sviluppo (che da sindaco di Padova ha promosso la cementificazione della sua città, incurante dei rischi che corre perfino la Cappella degli Scrovegni di Giotto) e con il grande apostolo del cemento Maurizio Lupi, ministro per le Infrastrutture. Come dire che Bray si troverà a dover difendere il paesaggio innanzitutto dai suoi stessi colleghi di governo. Anche i sottosegretari che Enrico Letta gli ha imposto appaiono più un problema che un aiuto: se Simonetta Giordani passa da Autostrade per l'Italia al ministero che tutela il paesaggio, Ilaria Borletti Buitoni non sembra essersi resa conto di aver lasciato la presidenza del Fai per il governo del Paese. In occasione della Notte dei Musei del 18 maggio, ha pensato bene di dire che «è assolutamente impossibile che lo Stato abbia risorse sufficienti per ampliare l'offerta culturale senza ricorrere anche al sostegno dei volontari». È successa una mezza rivoluzione: per il presidente della Federazione italiana la dichiarazione della Borletti induce a credere che il governo Letta voglia trasformare il Mibac in un'«associazione di volontariato». E il presidente dell'Associazione Nazionale Archeologi ha rilevato che idee come questa erodono «il lavoro professionale e mirano a sostituire i professionisti in attività di loro specifica competenza». Non c'è troppo da stupirsi: la salita in politica della signora è iniziata con una donazione di 710.000 euro (circa 35 anni di stipendio del direttore degli Uffizi) a Scelta Civica di Mario Monti, che prima l'ha piazzata capolista in Lombardia e poi l'ha proposta a Letta come sottosegretaria. Pecunia, insomma, più che auctoritas. È poi improbabile che un aiuto a Bray venga dal presidente della Commissione Cultura della Camera, l'intramontabile Galan: un'elezione «criticabile» per l'Associazione Italiana Biblioteche, visto che le scelte del Galan ministro dei Beni culturali hanno «prodotto uno degli episodi più gravi di spoliazione del patrimonio librario mai accaduti in Italia» (ovviamente quello dei Girolamini). E se a tutto questo si aggiunge il fatto capitale che il bilancio del patrimonio storico e artistico e del paesaggio è ormai ridotto ad un miserabile miliardo di euro (un terzo di quello che era prima di Bondi), si capisce che la missione del volentoroso Bray sarà tutta in salita. Non esiste, forse, un indice più eloquente del suicidio italiano: e nessuno potrà dire di non essere stato avvertito. È da più di vent'anni che gli articoli, le conferenze, le apparizioni televisive, i libri di Salvatore Settis gridano che stiamo correndo in una strada senza uscita. Il suo primo libro 'civile' (Italia spa, 2002) bloccò la vendita materiale del patrimonio pianificata da Giulio Tremonti. Paesaggio, Costituzione, cemento (2011) ha fatto capire agli italiani che la tutela del paesaggio non è un lusso per ricche signore svampite, ma è legata a doppio filo ai diritti fondamentali della persona come la salute fisica e mentale , ed è la condizione stessa del futuro del Paese. L'ultimo (Azione popolare, 2012) ha varcato fin dal titolo l'assurda 'settorialità' che condanna alla 'serie b' del pensiero e della politica la questione del paesaggio e del patrimonio: «Azione popolare scrive Settis è diritto e dovere di resistenza collettiva al degrado delle città e delle campagne, alla razzia del paesaggio, all'esilio della cultura e del lavoro, alla spoliazione dei diritti; è promuovere singole azioni di contrasto agli atti dei poteri pubblici che vadano contro il pubblico interesse, ma anche metterle in rete fra loro; è costruire una larga base d'informazione, di analisi, di consapevolezza. Vuol dire far esplodere le contraddizioni insanabili fra il dettato costituzionale e le leggi che lo ignorano e lo aggirano, tra le norme di garanzia e le deroghe e i condoni che le annientano. Vuol dire riconquistare, in prima persona, un pieno diritto di cittadinanza, in nome della moralità e della legalità costituzionale». Negli ultimi mesi, oscurati dalla cappa del pensiero unico della cosiddetta 'responsabilità', la voce di Settis è stata una delle poche che ha ricordato che la nostra Costituzione è fondata sulla sovranità dei cittadini, non su quella dei mercati. Ed è per questo che cosa inaudita il nome di un insigne archeologo è stato incluso per settimane nelle liste dei possibili presidenti della Repubblica o del Consiglio. Una popolarità nata dal fatto che, in Settis, l'autorevolezza convive perfettamente con la radicalità: ai vertici del mondo accademico europeo (già direttore della Normale, oggi presidente del Consiglio scientificoo del Louvre), egli espone le stesse idee sia che gli capiti di parlare in un teatro occupato, o ai No Tav, sia che tenga una lezione alla Banca d'Italia, o in Vaticano. Quando dopo la guerra e dopo il fascismo Roberto Longhi riprese i corsi sulla sua cattedra bolognese, fu accolto dalla voce dell'allievo Francesco Arcangeli, che disse: «i giovani della mia generazione hanno avuto, indubbiamente, dei maestri. Ma quanti di questi hanno tradito, o si sono compromessi, o stancati! Gli uomini sulle cui parole avevamo giurato rivelarono poi incrinature fatali tra le qualità critiche o creative e quelle più largamente umane della coscienza. Alcuni si salvarono nel silenzio. Longhi fu tra i rarissimi che continuarono a parlare senza venir meno alla loro dignità». La mia generazione può far proprie queste parole per Salvatore Settis, che davvero è «tra i rarissimi che continuano a parlare senza venir meno alla loro dignità». Una simile auctoritas non potrebbe essere aumentata da nessuna potestas: c'è solo da sperare che quest'ultima, prima o poi, ne faccia tesoro. Tomaso Montanari