La gente li chiama "book-shops" come se la parola "libreria" in italiano non esistesse. A tal punto lo stolto provincialismo anglofono è dilagato dappertutto, anche nei musei. Verrebbe voglia di ricordare ai nostri concittadini che il museo moderno lo abbiamo inventato noi italiani, che la parola "galleria" l'abbiamo imposta a tutte le grandi lingue del mondo. Ma non è questo il punto. D punto è che i "book-shops" (le librerie, come io preferisco dire) nei nostri musei fino a una quindicina di anni fa, non c'erano. Chi, all'inizio dei Novanta, agli Uffizi o a Brera avesse voluto comprare una guida illustrata o una cartolina da mandare alla morosa, avrebbe dovuto rivolgersi agli ambulanti in piazza. Come nella Turchia o nella Siria degli anni Trenta. Un mix malefico di interdizioni sindacali, di inerzia burocratica e di intellettualistico snobismo da parte di non pochi funzionali, semplicemente impedivano la presenza di attività commerciali dentro il sacro recinto del museo. Ci fu, è vero, nelle pubbliche collezioni d'arte di qualche città italiana, fra il '92 e il '94, la presenza del Poligrafico dello Stato con diritto di subappalto ai privati. Era una soluzione da socialismo reale: l'editoria di Stato entrava con poteri di monopolio dentro i musei dello Stato. A partire dal 1995, è andata a regime quasi dappertutto la Ronchey. I famosi "servizi aggiuntivi" (biglietteria, accoglienza, attività di vendita al pubblico e ristorazione) venivano privatizzati e messi sul mercato. Naturalmente con procedure di gara e in applicazione di minuziosi regolamenti. Della legge 493 voluta dal ministro Alberto Ronchey è giusto dire tutto il bene possibile. Ha portato dentro i musei una ventata di modernità, ha sbloccato una situazione che appariva ridicola e imbarazzante. Purtroppo però si trattava di una legge pioniera nella realtà italiana e delle leggi pioniere aveva gli inevitabili difetti. Troppo rigido il regolamento, certamente sbagliata l'idea di obbligare alle stesse norme tutte le Soprintendenze. Non c'è da meravigliarsi se non poche imprese che gestiscono i musei italiani sono in difficoltà e pensano di passare la mano. Eppure, là dove si è trovato un giusto connubio fra rischi d'impresa e redditività dei servizi offerti, la legge Ronchey, pur con tutti i suoi limiti, ha mostrato di funzionare. Pensare che il museo sia in grado di produrre mirabolanti profitti e di moltiplicare l'occupazione, è però una sciocchezza. Non ci credono più neanche ì politici di provincia e i cattivi giornalisti. Più modestamente limitiamoci a dire che i servizi aggiuntivi, quando correttamente affidati ed efficacemente gestiti, migliorano l'immagine del museo, creano un certo numero di posti di lavoro qualificato, offrono occasioni all'editoria d'arte e all'artigiano di qualità, integrano con risorse preziose i magri bilanci delle Soprintendenze. Adesso c'è il codice Urbani. Nuovi interessanti scenari si aprono alle collaborazioni fra pubblico e privato, anche perché il Codice ha avuto la saggezza di dare indicazioni operative sufficientemente generiche e flessibili. Credo di interpretare correttamente la filosofia che ispira il Codice immaginando che in futuro i capitolati di gara e i rinnovi di concessione dovranno essere affidati alla discrezionalità del Soprintendente. Quello che ci auguriamo è una Ronchey "leggera" e flessibile, in grado di aderire con facilità alle diverse realtà delle molte Italie.