Nella depressione economica ed emotiva che tutto avvolge e paralizza nessuno avrebbe immaginato che potesse squarciarsi un varco luminoso ed elettrizzante come la bella storia di Casa Suardi in Città Alta, una storia tormentata e a lieto fine che ci offre letture e metafore di fiducia. Quel gioiello incastonato nella corona di piazza Vecchia era finito nella lista dei beni alienabili, soluzione estrema da 10 milioni alla quale aggrappare un bilancio comunale esanime e tutt'altro che ipotetica, seppur ristretta a pochissimi possibili compratori per via di una serie di vincoli e imposizioni d'uso giustamente fissata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici. A un certo punto tutto sembrò precipitare: quell'amputazione del patrimonio pubblico dolorosissima veniva ribadita come inevitabile, e alla rabbia e indignazione per l'irreparabile era così subentrata la rassegnazione di molti. Ma non di tutti. E qui cominciano i capitoli più interessanti ed encomiabili della nostra vicenda.Le proteste delle associazioni culturali e ambientali, dei residenti, dei cittadini più appassionati e dell'opposizione politica divennero i tormenti dubbiosi del sindaco, il quale pur di fronte alle evidenze di bilancio in animo suo mai aveva soffocato la voce dell'orgoglio che gli suggeriva: Casa Suardi non si può vendere, non è giusto. Per fortuna l'incoscienza, la fredda ragioneria, l'insensatezza del progetto sono stati spazzati via. Il buon senso e il buon gusto hanno avuto la meglio: quel palazzo diventerà il cuore pulsante e creativo di una città che vuole candidarsi a capitale della cultura per il 2019, il volto bello da mostrare all'Europa, la carta di riconoscimento di Bergamo che sembrava sul punto di perdere, insieme con l'edificio, anche la propria identità.Dicevamo che la conclusione felice di tanto travaglio offre varie letture e considerazioni. È prima di tutto la riaffermazione di uno di quei principi che spesso vengono dimenticati o seppelliti: alla storia di ognuno, ai valori, alla cultura, agli affetti non si può applicare un cartellino con il prezzo e la scritta vendesi. Questa storia ci insegna poi che anche quando si è chiamati a rinunciare a tutto c'è sempre qualcosa che non si può e non si deve perdere; che quando tutti, amministratori, oppositori e cittadini, tirano insieme e con decisione la fune del bene comune, per quanto il peso da spostare sia grave si riuscirà nell'impresa; e infine che se si ha il coraggio di far scoccare scintille positive per una causa giusta è possibile veder divampare energie inaspettate, travolgenti.Mi riferisco all'iniziativa di un'associazione privata di imbiancare e sistemare quegli spazi prestigiosi e lì allestire a giugno una mostra di storiche maglie di calcio. È solo l'inizio, si spera: la gente ha compreso che rinunciare alla vendita di Casa Suardi è stato un grande sacrificio economico in un momento di crisi martellante e si fa avanti, disposta a mettere del proprio (idee, tempo, denaro) per ricambiare. La cultura è anche smettere di pretendere e cominciare a dare. Se dalle finestre di Casa Suardi finalmente spalancate questo convincimento si spanderà ovunque, allora Bergamo avrà tutto il diritto di vedersi assegnata la prestigiosa incombenza per il 2019. RIPRODUZIONE RISERVATA Belleri Pino Pagina 01 (24 maggio 2013) - Corriere della Sera
BERGAMO - Il riscatto di Casa Suardi
La città di Bergamo ha salvato Casa Suardi, un palazzo storico in piazza Vecchia, dalla vendita. La decisione è stata presa dopo una lunga lotta tra il sindaco e le associazioni culturali e ambientali, che si opposero alla vendita. La Soprintendenza ai Beni architettonici aveva fissato vincoli e imposizioni d'uso per la proprietà, rendendola difficile da vendere. Il sindaco aveva inizialmente accettato la vendita, ma poi ha cambiato idea dopo aver ricevuto proteste. La decisione di non vendere Casa Suardi è stata vista come una vittoria per la cultura e per la città, che vuole candidarsi a capitale della cultura per il 2019.
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