Venne realizzata nell'inverno 1942-'43 dall'artista che era ricoverato nell'ospedale militare, poi chiuso e in abbandono. Ora sarà restaurata È una storia bellissima perché belli sono i protagonisti e i fatti da raccontare: una ragazza che s'innamora di un'opera d'arte dimenticata; la riscoperta e il salvataggio di quest'ultima, grazie alla fanciulla, dall'oblio e da una possibile distruzione. Tutto s'inizia qualche anno fa, a Novara, quando Andrea Baiardi, la ragazza con un nome che soltanto in Italia è considerato da uomo, allora quasi quindicenne (oggi ha diciotto anni), si accinge a preparare una tesina di terza media sugli edifici della città tra le due guerre mondiali. Va a cercare informazioni anche all'Istituto storico della Resistenza, dove le danno un libretto, «Percorsi nella città di Novara 1940-43», che si rivelerà felicemente «galeotto». Ad Andrea non sfuggono le poche righe, cinque per la precisione, e una piccola fotografia, con cui nel libro si dà conto dell'esistenza nell'ex caserma cittadina Gherzi, già ospedale militare, di un'opera murale del pittore, scultore e scenografo Salvatore Fiume (1915-1997), uno dei maestri italiani del Novecento. Non è un'opera da poco. Oltre a essere la prima realizzata da Fiume, che fino a quel momento s'era occupato soprattutto di illustrazione e di litografie, si tratta di un rilievo policromo di grandi dimensioni che l'artista realizzò nell'inverno del 1942-'43 su richiesta del comandante dell'ospedale, il maggiore Vercelli, in cui era ricoverato. L'opera, dedicata alla figura dei medici militari nel corso della storia, venne composta sulla parete di un locale dell'edificio. Dopo il cambio del comandante, e la partenza del pittore, la stanza venne chiusa e il rilievo fu dimenticato. Incuriosita da quella notizia, Andrea cerca di saperne di più. Ma nessuno sembra essere in grado di dirle granché. O meglio: a Novara si sa di quell'opera di Fiume, tuttavia la cosa non pare suscitare troppo interesse. Decide comunque di andarla a vedere. Sulle prime non c'è niente da fare. L'ex caserma è in abbandono, chiusa e sprangata, ed è di proprietà del Demanio: per una visita è indispensabile un'autorizzazione da Roma. Superati gli scogli burocratici, alla fine Andrea può entrare nell'edificio fatiscente e ammirare l'opera di Fiume. Ne rimane affascinata al punto che, indossati i panni di una vera detective dell'arte e della memoria, comincia a «rompere le scatole» a funzionari del Comune e della Provincia, ai giornali della città, perché si valorizzi il rilievo dell'artista di Comiso o, perlomeno, se ne impedisca il degrado o magari la demolizione insieme alla caserma. Anche in questo caso, per un po' di tempo, la missione di Andrea si scontra contro l'indifferenza. Però non si perde d'animo. Rintraccia la figlia di Vercelli e incontra i figli di Salvatore Fiume; convince assessori ed esperti dell'importanza della scoperta. La tenacia, dopo tanto penare, è premiata. Nell'aprile di quest'anno, Andrea vede coronato il sogno. Si esaudisce con la visita della dottoressa Giorgia Corso, della Soprintendenza piemontese per i Beni Storici e Artistici. La funzionaria rimane a sua volta entusiasta. E fa di più: ne ottiene la tutela. Resta un problema: garantire l'accesso al pubblico e valorizzare così l'opera. La caserma verrà restaurata e destinata ad altro uso. Che cosa ne sarà del rilievo policromo realizzato nell'inverno di guerra 1942-43?