LA CLASSICITÀ non è solo il luogo dell'armonia e del bello. Il dionisiaco abita da sempre nelle stanze degli antichi maestri. Ad esempio, nel palazzo costruito da Rabirio per Diocleziano in cima al Palatino. E il cosiddetto Stadio dell'ultimo dei Flavi sarà, da domani, al centro della mostra Postclassici, la ripresa dell'antico nell'arte contemporanea, curata da Vincenzo Trione e voluta dalla soprintendente Mariarosaria Barbera. Tutto il Palatino, in realtà, è coinvolto in questa riflessione sul rapporto tra il presente e la memoria di un'età dell'oro perduta. Le opere di 17 artisti italiani offrono un panorama in cui la classicità non risponde sempre ai canoni apollinei della misura e dell'ordine. Classica, per certi versi, è la Venere degli straccidi Michelangelo Pistoletto esposta nel tempio di Venere e Roma. Ma nello stesso scenario fatto di rovine e natura ecco il tondo di Mimmo Paladino del 2005 che parla di un'antichità primitiva, arcaica, rurale, brutale. Alla Vigna Barberini, invece, Roberto Pietrosanti rilegge la forma delle colonne, decapitate dei capitelli, con le sue fasciature metalliche. Il Tempio di Romolo accoglie la riflessione su tempo e forma di un concettuale come Giulio Paolini, mentre il Museo Palatino è lo spazio più consono per esporre le opere (Anamnesi, 1982-2008) di un fotografo quale Mimmo Jodice che da sempre ha scavato con il suo obiettivo tra le pieghe della romanità. Il Museo Palatino è, d'altro canto, il luogo dove si conservano i resti dello Stadio di Domiziano (81-96 d. C.), chiamato Palatino per non confonderlo con quello dello stesso imperatore a piazza Navona. Detto anche Ippodromo, questo spazio lungo 160 metri viene riaperto al pubblico in occasione della mostra. Qui l'opera di un protagonista dell'Arte Povera come il greco Jannis Kounellis; i Combattenti in acciaio di Marisa Albanese; le teste in gesso (Dodici del 2013) di Nino Longobardi; le video proiezioni site specific di Aquilanti, in cui la classicità passa attraverso le Carceri di Piranesi; o l'Ulisse di Gregorio Botta, casa del ritorno, del trascorrere dell'acqua e dei giorni. Annessa allo Stadio, c'è la cosiddetta Sala dei Capitelli che funzionava da sala di rappresentanza della corte di Domiziano. Restaurato dalla Soprintendenza, ora l'ambiente mostra per la prima volta la magnificenza del soffitto in stucco, il rosso delle volte, i frammenti dell'architettura romana e, per l'occasione, la classicità fatta a pezzi nella testa bendata e tinta di giallo cui Parmiggiani nel 1970 ha dato un'anima, sulle ali di una farfalla.