LAVORO DIFFICILE MA SIAMO RIUSCITI CON LE NOSTRE TECNICHE A STUPIRE I GIAPPONESI Nazzareno Gabrielli restauratore Nazzareno Gabrielli è l'ultimo dei restauratori della Pietà di Michelangelo, presa a martellate il 21 maggio 1972; racconta: «Lavoro difficile: c'era da coniugare le esigenze dell'opera di culto con i criteri del restauro; complicato: per levare dal marmo il blu lasciato dai colpi di mazzetta, stupimmo i giapponesi che erano i consulenti, inventando di farlo con il nastro adesivo». Antonio Paolucci, direttore dei musei Vaticani, dice: «Cesare Brandi, il fondatore dell'Istituto del Restauro che sovrintendeva all'opera, con la reintegrazione della Pietà accettò di contraddire i suoi stessi principi». L'archeologo Pietro Zander, fabbrica di San Pietro, ha studiato gli archivi: «Più volte in testa alla Pietà avevano messo una corona; fino al 1927, accanto a lei c'erano i due angeli settecenteschi in bronzo che la sorreggevano». A 40 anni dal fattaccio, un giorno di studio sul restauro ai Musei vaticani: tante piccole curiosità. A NEW YORK Zander ricorda il famoso viaggio della statua a New York, nel 1963, per l'Esposizione Universale: «Due casse, quella esterna inaffondabile, sulla Cristoforo Colombo. Quella interna riempita di palline di polistirolo: il massimo che la tecnologia offrisse. Assicurata per soli sei milioni di dollari: 10 anni dopo, il Cratere di Eufronio ne sarebbe costato uno». Il viaggio aumentò la popolarità della Pietà: «Con il David, oggi al mondo è la più famosa». Però non è sempre stata trattata bene: «Nel '700, il Venerdì Santo si collocava un drappo nero sul Cristo; e sulla statua, una croce». E il viaggio oltre Oceano non era meglio evitarlo? «Giovanni XXIII l'aveva promesso al cardinale Spellman; e Paolo VI, papa Montini, onorò l'impegno». Ma al ritorno, esclamò: «Felici che sia tornata, felici che sia tornata sana», stabilendo che non si sarebbe mossa mai più. CENTO FRAMMENTI Con 12 martellate, Laszlo Toth spezzò occhio e manto della Vergine, e un braccio del Cristo, in cento frammenti, di varia misura. Il restauro? Arditissimo per l'epoca. Dice Paolucci: «Per Vasari, subito, nel 1550, la scultura era un miracolo; una perfezione che a stento la natura sa fare». L'unica opera firmata da Michelangelo, ancora giovanissimo; tornerà sul tema due volte: e alla Pietà Rondanini lavorerà fino a sei giorni prima di andarsene; «segna il passaggio dal Quattro al Cinquecento». C'è pure Piero Badaloni, noto ex volto della tv: «Il film in cui Brando Giordani ha narrato l'epopea del restauro, trasferito in digitale per l'occasione, La violenza e la pietà, è stato tra i miei primi lavori televisivi, come suo assistente». C'è anche la vedova di Brando, scomparso l'anno scorso. E si parla pure di un «quasi bis»: quando, nel 1991, Pietro Cannata, prese, anche quella volta a martellate, il David a Firenze. Gabrielli: «A una mostra negli Usa, gli americani stupirono perché spostavamo le statue facendole scivolare su tavolette insaponate». Il restauro è stato possibile perché della Pietà esisteva una replica nella sagrestia di San Pietro: creata con il sistema dell'argilla, nel 1934. Ce ne sono almeno cinque o sei; una in Pinacoteca. Ma la statua di Michelangelo è unica davvero: lo era anche per lui. Fabio Isman
La Pietà, un restauro lungo 40 anni
Nazzareno Gabrielli, restauratore della Pietà di Michelangelo, racconta il difficile lavoro di restauro. La Pietà era stata danneggiata a martellate il 21 maggio 1972 e Gabrielli e i suoi colleghi hanno dovuto trovare un modo per levare il blu lasciato dai colpi di mazzetta. Hanno utilizzato il nastro adesivo per farlo. Il restauro è stato possibile grazie a una replica della Pietà nella sagrestia di San Pietro, creata con il sistema dell'argilla nel 1934. La statua di Michelangelo è unica e non esiste una copia perfetta. Gabrielli racconta anche di altri restauri difficili, come quello del David di Michelangelo, che è stato spezzato in cento frammenti.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo