Foto di Massimo Siragusa Le terme a Livorno. La fabbrica Innocenti a Milano. Villa d'Elboeuf a Napoli e villa Trabia a Palermo. Sono solo alcuni dei tanti beni architettonici del nostro Paese che si trovano in stato di assoluto abbandono. Una vergogna che accomuna Nord e Sud Eccolo, il cadavere dello stabilimento Acque della salute. Il vanto della Livorno liberty datato 1903. L'elegante palazzina progettata dall'ingegnere Angiolo Badaloni, celebrata per decenni come prezioso luogo di cura. Ora quel corpo architettonico giace silente dietro a una rete metallica. Oltre si trovano soltanto insulti alla grandezza del passato. Malinconia fatta di infissi e vetri distrutti, stucchi precipitati, affreschi sbiaditi, caloriferi a pezzi, stanze nel tempo riempitesi di calcinacci, sbarre metalliche, sedie e porte sfondate sulle quali volano i piccioni. «Lo scempio di un gioiello», lo chiama Manuela Volpe, consigliere dell'Ordine degli architetti livornesi: «L'esempio tipico di come l'oggi riesca a mortificare le sue radici». Una vicenda segnata dal complesso dialogo tra potere pubblico e imprenditoria privata, con promesse di recupero da parte del Comune non ancora sfociate in atti concreti. «Risultato: adesso che il parco circostante è stato ripulito, speriamo nel passo decisivo», dice l'architetto Volpe. Anche se nel frattempo, oltre al degrado del palazzo, c'è la presenza di un cavalcavia accanto alle terme: «Scelta stonata rispetto a quello che era, e potrebbe ancora tornare ad essere, un luogo di cura e relax». Inutile chiedersi come tutto questo sia diventato possibile. Inutile interrogarsi sull'eleganza cinquecentesca di palazzo Tarsia, a Cosenza, e sul disinteresse che suscita il suo costante deterioramento. «Sarebbe bello pensare che siano tutte situazioni sfortunate, incidenti di percorso», interviene il vicepresidente del Fai (Fondo per l'ambiente italiano) Marco Magnifico: «Ma la verità è diversa: molti, moltissimi sono i tesori sfioriti nelle città italiane. Sotto gli occhi di tutti. Sciaguratamente. Ed è un disagio ancora più forte, perché in quest'epoca di crisi la gente ha voglia di sentirsi orgogliosa». Una spinta frenata sia dal disastro economico in atto, sia «dalla miopia di chi insiste a non comprendere che il patrimonio artistico sarebbe un ottimo farmaco per curare il dissesto». Parole che vagano, con la loro saggezza, da Nord a sud della Penisola. E quando giungono a Portici, 55 mila abitanti in provincia di Napoli, trovano conferma. «Benvenuti a villa Vergogna!», sorridono sul lungomare quando chiedi di villa d'Elboeuf. E ancora peggio è ascoltare Leonardo Di Mauro, docente di Storia dell'architettura all'università Federico II, quando ricorda come questo palazzo di 4 mila metri quadri, presentato nelle guide come «una tra le più antiche tra le 122 ville vesuviane», sia passato dall'essere «una lucente traccia dello stile settecentesco, all'infelice sintesi del degrado culturale». Ancora negli anni Novanta, dice Di Mauro, «la struttura era in condizioni discrete, tant'è che veniva utilizzata come set cinematografico». Poi lo sprofondo: ossia l'inciampo di una ditta privata che avrebbe voluto renderla residenza di lusso, e invece ha soprattutto contratto debiti con il Banco di Napoli. Fino all'attuale capitolo della vicenda: la bellezza di villa d'Elboeuf uccisa dall'incuria, dalle devastazioni di balordi, dalla pornografia dei pavimenti divelti e i furti dei marmi, in attesa che i nuovi proprietari (subentrati dopo l'asta del 29 marzo scorso) le restituiscano dignità. «Non c'è città o cittadina italiana esente da simili suicidi», ci tiene a sottolineare Manlio Marchetta, docente di Urbanistica all'Università di Firenze. E il motivo, dal suo punto di vista, non si esaurisce nel matrimonio tra spregiudicatezza dei privati e burocrazie della macchina statale. «Si tende a speculare sul nuovo, e abbandonare in parallelo il vecchio: sia esso di molti secoli fa o anche del Novecento». Un harakiri prodotto dal distacco tra «le buone intuizioni dei piani urbanistici e gli interessi di chi possiede palazzi, ex chiese e altre strutture pregiate». Quanto basta, ad esempio, perché «nessuno si turbi se il Comune di Firenze mette all'asta il vecchio teatro lirico esponendolo alla demolizione». O se a Milano, intanto, si assiste in zona Lambrate alla malinconia del Palazzo di cristallo, stabilimento capolavoro battezzato nel 1933 dall'Innocenti, e fissato nella storia urbana come il luogo dove si produceva la Lambretta. «Il suo futuro», dice Chiara Pirovano del Wwf, «dovrebbe essere quello di diventare un punto di consumo per il cibo a chilometro zero». Ma in attesa di conoscere la loro nuova primavera, questi 20 mila metri quadri di architettura industriale giacciono in un presente squallido: «Sembra un palazzo bombardato», sussurra Pirovano mentre ci entra. E tra le macerie sparpagliate su quello che era il pavimento, e le sterpaglie cresciute ovunque, «viene spontaneo riflettere sulle contraddizioni dell'era moderna, tanto proiettata a immaginare il suo futuro e tanto inetta nel preservare le sue fondamenta». Un pensiero che diventa quasi ossessivo quando, a un migliaio di chilometri di distanza, si affronta un giro tra le cittadine siciliane. Tale è l'abbandono show, che i volontari di Legambiente hanno compilato una black list di gioielli da salvare. «Si parte dalla cattedrale di San Gerlando ad Agrigento, chiusa da anni al pubblico, e si arriva a due emergenze palermitane», spiega il leader regionale di Legambiente Gianfranco Zanna. La prima emergenza è quella del villino Favaloro, a due passi da piazza Politeama: «Un'opera liberty dove l'unica certezza è stata finora quella dei crolli e dell'umidità assassina», dice Zanna, «anche se ora l'assessorato regionale ai Beni culturali ha annunciato di volerci aprire un museo della fotografia». Il secondo caso, invece, consiste nell'harakiri del ninfeo barocco di villa Trabia, «gestito da privati e prossimo al collasso, vista anche la lesione dell'arco centrale». Altro che "il nostro petrolio", come si chiama a volte il patrimonio artistico italiano. «Il modo in cui i soggetti pubblici e privati umiliano in città i loro gioielli, è simile a quello in cui la natura è distrutta senza scrupoli», spiegano gli ambientalisti. E la causa più spesso condannata, nelle lotte delle associazioni in difesa di arte e architettura, è quella della sciatteria: «Non soltanto del cittadino comune, ma anche di coloro che a livello pubblico e locale dovrebbero evitare gli scempi». Un'accusa che torna in mente quando si sbatte, nel cuore della Napoli vecchia, contro la decadenza della chiesa cinquecentesca della Scorziata, devastata di recente da un incendio doloso. O quando appena dietro al palazzo di giustizia di Roma, spunta la bellezza non valorizzata di casale Strozzi (realizzato tra il XV e il XVI secolo), edificio già bonificato da tossicodipendenti e barboni. Per non infierire, poi, sul degrado sofferto a Como dalla chiesa sconsacrata di San Lazzaro, dove il contenzioso tra due ditte private - unito alla difficoltà di individuare una via d'uscita politica - ha prodotto pessimi risultati: «A parte il tetto distrutto», segnala Giancarlo Frigerio della Società archeologica comense, «potremmo perdere anche un ciclo di affreschi di settecento anni fa». «Una città che non sa tutelare i propri gioielli, è una città infelice», dice Andrea Filpa, docente di Urbanistica all'università Roma Tre. Ed è lo stesso spirito con cui Nuccio Barillà, esponente storico di Legambiente Calabria, presenta a Reggio il caso della collina di Pentimele. «Chi non c'è mai stato», dice salendoci, «non può capire la meraviglia di questa terrazza naturale sullo Stretto, arricchita da fortificazioni ottocentesche che all'estero sarebbero più che valorizzate». Qui invece no: «L'area è in uno stato deprimente», mostra Barillà. E mentre l'ipotesi in campo è quella di ricorrere ai fondi europei, dopo il già avvenuto concorso di idee, ciò che si trova a Pentimele è un intreccio di abbandono e sporcizia, con i fortini offesi dagli sfizi vandalici. «Certo», conclude l'urbanista Marchetta, «va considerato il peso delle burocrazie, quando una città finisce per trascurare le proprie meraviglie. Ma il nemico numero uno resta l'ignoranza: motore inesauribile, al Nord come al Sud, di suicidi artistici»
L'Espresso
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