SIAMO sicuri che la nostra (meritoria) preoccupazione per la tutela del paesaggio, patrimonio unico al mondo ereditato dai nostri avi e da consegnare intatto ai nostri posteri, non nasconda, in realtà, un' ipoteca sui diritti di chi verrà? Quelli, cioè, di ricevere non «un museo vivente con le relative istruzioni per l' uso», ma qualcosa di vivo, su cui sentirsi a propria volta liberi di modificare in meglio. La provocazione lanciata nei giorni scorsi sulle pagine di Repubblica dal sociologo Pippo Russo, non riscuote il plauso di Salvatore Settis, ex rettore della Normale di Pisa, «avvocato» instancabile dei «diritti» dei beni culturali. PROFESSOR Settis, davvero secondo lei non si può riflettere con qualche distinguo sulla pur indispensabile preoccupazione di salvaguardare il nostro patrimonio, perché questo non significhi museificarlo? «Si tratta di una tesi molto diffusa di stampo neoliberista che io non condivido minimamente. E' la tesi di chi sostiene che le generazioni future non hanno alcun diritto perché, non esistendo, non possono agire in tribunale contro di noi. Ne deriva la convinzione che l' unico padrone dell' oggi è chi vive oggi, e che non ha alcun dovere verso chi verrà dopo. Io penso, al contrario, che l' oggi si può concepire solo a partire dal domani, dai diritti di chi ci seguirà, così come ha fatto chi ci ha preceduto, e grazie a cui godiamo oggi di un bene unico. L' idea, tutta berlusconiana, per cui il mondo andava bene quando non c' erano regole, va sfatata. E' la ricetta che ha portato al disastro che abbiamo sotto gli occhi». Non c' è, secondo lei, il rischio che la tutela possa sconfinare in una sorta di «imbalsamazione» di questo patrimonio, a scapito della sua vitalità? «Parlare di tutela del paesaggio non significa affatto ibernarlo, sarebbe una stupidaggine altrettanto grave di quella di chi pretendesse di farne quello che vuole. E' ovvio che niente in natura resta immobile, e anche il paesaggio può e deve cambiare, purché però ciò avvenga secondo regole precise. E' evidente che il modo di tutelare il paesaggio in Bielorussia non è lo stesso adottato in Italia o in Toscana. E' questo l'altro principio fondamentale da non dimenticare, insieme alla preoccupazione per ciò che dobbiamo lasciare ai posteri: la legalità. Questo paese ne ha un bisogno disperato, pur essendo l' unico al mondo ad aver inserito nella sua Costituzione un articolo esplicitamente dedicato alla tutela dei beni culturali. Esistono anche un Codice dei beni culturali e paesaggistici che è legge dello Stato e una infinità di altre norme, ma che spesso e volentieri non vengono rispettate, e questo è il vero problema italiano. Sarebbe davvero assurdo pensare che tutte queste regole in fondo non servano a niente perché tanto non sappiamo che cosa potranno volere i nostri nipoti fra cento o duecento anni. Cioè perché non vogliamo ' ipotecare' il loro futuro». Resta il fatto che ciò che abbiamo ricevuto in eredità dal passato non sempre è stato il frutto di regole rigide, ma ha obbedito anche a sviluppi casuali. «E' un errore credere che lo sviluppo del passato sia avvenuto senza regole, le città medievali avevano tutte delle figure che dovevano dare pareri vincolanti su qualsiasi proposta di nuova costruzione o sopraelevazione o di sviluppo urbano, come gli Uffiziali dell' ornato a Siena oi Magistri viarum a Roma. Insomma, se oggi dell' affermazione dei diritti delle future generazioni, negati da un nefasto neoliberismo, sono pieni per fortuna tutti i documenti dell' Onu, in passato è esistita una preoccupazione identica che era quella per il bonum commune, cioè per l' interesse della collettività, considerato superiore a quello del singolo. E la collettività è ciò che la Costituzione chiama popolo, costituto non solo dai viventi, ma anche da chi non c' è ancora». La vera sfida, dunque, è che le regole consentano dei margini controllati di cambiamento. «Sì, e questo è del tutto possibile, come dimostrano, per esempio, il Mart di Rovereto, progettato da Mario Botta in stile contemporaneo ma perfettamente inserito in una strada settecentesca, o le cantine Petra in Maremma, nascoste benissimo nel paesaggio collinare. In Italia manca una cultura diffusa della legalità, e ci sono continui conflitti di competenze sulle normative fra i vari livelli istituzionali. Ma migliorare le regole non dovrà mai voler dire abolirle, bensì renderle capaci sia di non ibernare, che di non offendere, la nostra storia».
FIRENZE - Settis e le regole sul paesaggio Va rispettato il principio di legalità
Il sociologo Pippo Russo ha lanciato una provocazione sulle pagine di Repubblica sull'ipotesi che la tutela del paesaggio e del patrimonio culturale possa essere un'ipoteca sui diritti di chi verrà dopo. Salvatore Settis, ex rettore della Normale di Pisa, ha risposto che la tutela del patrimonio non significa museificarlo, ma piuttosto garantire la sua vitalità e la sua capacità di cambiare nel tempo. Settis sostiene che la preoccupazione per il futuro non è una tesi neoliberista, ma piuttosto una preoccupazione per la collettività e per il popolo, considerato superiore a quello del singolo.
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