IL PRIMO SPARO NEL 1847 A CASTEL SANT'ANGELO NEL 1903 PARENTESI A MONTE MARIO L'ANNO DOPO LA SCENA PASSA AL GIANICOLO LA STORIA Ah, questi malefici sagrestani di una volta, che suonavano le campane delle loro chiese con scarsa puntualità: il 1 dicembre 1847 Pio IX Mastai Ferretti, «per ovviare al disordine che può non di rado arrecare il diverso andamento di tanti orologi in questa capitale», a mezzodì impone il cannone. Da allora, a Roma è un rito. Se la laica Venezia segnava i suoi tempi grazie alla Marangona, la più grossa campana di San Marco che dettava l'inizio del lavoro in Arsenale e le altre scadenze del giorno oltre a diffondere perfino l'allarme, la capitale dei pontefici preferisce il rombo delle macchine da guerra. E quando lo sparo, ormai dal Gianicolo, è mancato, si è avvertito un grande vuoto in città. L'ANTICA FORTEZZA All'inizio fu la terrazza di Castel Sant'Angelo, l'antica fortezza dei papi: il maniero che, nel Medioevo, quando una tra le famiglie di Roma lo conquistava, dopo poco acquisiva anche il soglio pontificio. Ma nel 1870 i papi perdono il potere temporale, e pure l'uso del cannone. La tradizione riprende nel 1903. Stavolta, da Monte Mario: più o meno dove, dagli Anni 50, c'è un albergone. Sulle pendici (il panorama sulla città da piazzale Socrate è inarrivabile), esiste ancora una tra le piazzeforti con cui viene protetta la Roma dei re: edifici (ormai) demaniali un po' fatiscenti, però con una vista da sogno; un reddito potenziamente favoloso, ma forse affitti abbastanza ridicoli. Chi azionava il cannone, probabilmente era acquartierato qui; e (nemesi della storia?) era un'arma campale da 75 mm, usata per aprire la breccia a Porta Pia. ARRIVA L'OBICE L'artiglieria del mezzogiorno si trasferisce sul Gianicolo esattamente il 24 gennaio 1904. Sotto la statua dell'eroe dei due mondi a cavallo (Emilio Gallori, 1895), giusto alle pendici di piazzale Garibaldi. Prima era un cannone preso agli austro-ungarici nella guerra 1915-18: un obice montato però su un italico affusto. È andato in pensione il primo febbraio 1991. Surrogato dall'attuale bocca da fuoco di 105 mm, usata nella Seconda guerra mondiale. Ogni giorno quattro soldati sparano a salve da un obice un grosso bossolo-cartoccio, con un chilo di polvere nera. Cavano il cannoncino, che è su ruote, da un suo deposito al chiuso, sempre tra la curiosità di un gruppetto di curiosi. MARIO RIVA L'usanza, ovviamente, fu interrotta con il tempo di guerra, quella vera: fu sospesa nel 1939. Il mezzogiorno si poteva confondere con il rombo di un cannone autentico. Però, nel 1945, al termine del conflitto non fu subito ripresa. E ci fu quasi una mini sollevazione popolare: i romani esigevano il loro finto tuono, magari a ciel sereno. Di ciò si fece interprete un attore e conduttore, assolutamente romano in tutto: anche nell'accento, quando ancora, in tv, non usava sentirli. Mario Riva (1913-1960). La sua trasmissione, Il Musichiere, era tra le più popolari. Il suo appello non fu inascoltato; dal 21 aprile 1959, anniversario della nascita della città almeno per tradizione, il cannone tornò a far sentire la propria voce. Festeggiato anche dalla poesia di un altro attore romanissimo, Checco Durante (1893-1976): «St'usanza che pareva bella e morta è tornata de moda 'n'artra vorta Fa ch'er cannone serva solamente pe' di' all'umanità che sta arrivanno l'ora de magna'». IL SILENZIO Da allora, è stato (quasi) sempre puntuale; scocca l'ora, romba il tuono. Che si sappia, ha fatto cilecca soltanto una volta. Non nel senso che il cannone si è inceppato, ma perché, giovedì 22 gennaio 2009, festa di San Vincenzo, «il sottufficiale capo della squadra di tre "serventi al pezzo" addetta allo sparo del colpo si è reso indisponibile all'ultimo momento», secondo la spiegazione dello Stato maggiore dell'Esercito. (Si chiamava Vincenzo? L'avranno punito? Cosa è accaduto?). Infatti, il vuoto del silenzio era stato tanto fragoroso, da mobilitare perfino un consigliere comunale: «Per la prima volta nella storia recente di Roma non si è sentito il colpo». Il silenzio diventa perfino simbolo «di un disordine ormai totale, che sta creando lo "sbullonamento" e la regressione dello sviluppo sociale, culturale e turistico della città». Povero cannone: buono sparo anche oggi, che è domenica.