Un territorio abbandonato a se stesso che si sbriciola ad ogni pioggia violenta; dove ogni torrente è la potenziale origine di uno straripamento devastatore; dove quasi ogni spiaggia si va erodendo e appare destinata a scomparire, dove ogni poggio o collina minaccia di venir giù alla prima occasione. Un territorio per vocazione sismico dove però non viene attuata alcuna politica di prevenzione, dove le costruzioni a rischio si contano a decine di migliaia ma che restano lì, affidate alla buona sorte. Un territorio sottoposto ad un'opera di cementificazione pervadente e continua, con questo bel risultato: che nella Penisola non è possibile tracciare un cerchio del diametro di dieci chilometri senza che s'incontri un qualche nucleo edificato. Ancora: un territorio che ospita un patrimonio enorme che va in malora di edifici di pregio di ogni tipo (antiche fabbriche, giardini, ville nobiliari, ninfei, fortificazioni). E infine, a simbolico coronamento di tutto questo, una capitale, Roma, che mai come oggi appare abbandonata al degrado, con servizi scalcinati, le orribili periferie senza vita, con il centro storico sconciato da dehors abusivi e «vu'cumprà» in mezzo a ogni via. Insomma, l'Italia odierna appare sul punto di cadere a pezzi innanzi tutto come entità fisica, come insieme irripetibile di natura e storia, prima ancora che come sistema politico, come organizzazione statale, come apparato economico-industriale. E forse o meglio senza forse tra i due ordini di fenomeni c'è un legame oscuro ma reale. Infatti, se nella mente e nel cuore degli stessi italiani viene meno ogni vero rapporto emotivo e culturale vorrei dire anche affettivo con la scena sulla quale essi si muovono, con l'ambiente in cui vivono, come sarà mai possibile che si sentano una collettività, che si percepiscano uniti da un medesimo destino? E dunque che formino davvero un corpo politico legato da regole e obblighi comuni? Non è solo un caso se, da che mondo è mondo, un corpo politico del genere esiste solo se esiste un luogo a cui si sente in qualche modo di appartenere e che in qualche modo ci appartiene. Eppure sembra che nessuno o quasi si accorga o importi qualcosa se il Bel Paese è sul punto di essere cancellato, letteralmente di sparire. Sembra che gli italiani assistano con indifferenza alla distruzione dei loro luoghi, di quella che bene o male è ancora la loro patria, la sola che abbiano. Quanti si sono accorti, ad esempio, che con la scusa delle «energie alternative» prodotte in casa (quella solare e quella eolica: entrambe peraltro con un ritorno tuttora infimo), parti sempre più cospicue del paesaggio italiano stanno scomparendo per sempre sotto l'attacco di una nuova forma di speculazione? E che il tutto avviene approfittando delle incaute, larghe sovvenzioni messe a disposizione dallo Stato per chiunque voglia disseminare il nostro Paese di mostruose pale eoliche o di distese d'impianti fotovoltaici, magari come accade assai spesso avvalendosi dell'aiuto della malavita organizzata o corrompendo a man bassa le amministrazioni locali? Da qualche tempo ci si sono messe, poi, le ricerche petrolifere: grazie anche al fatto che lo Stato italiano è uno di quelli che nel mondo esigono le royalties più modeste sull'estrazione del greggio (in Norvegia ad esempio queste ammontano al 78 dei proventi, nel Regno Unito vanno dal 32 al 50; in Italia sono appena il 7-10 per cento!). Il che spiega come siano già 22 i permessi di ricerca attivi, spesso per ricerche in mare a ridosso delle nostre coste. Volete avere un'idea di che cosa significhi in concreto una ricerca di tal genere? Niente di più semplice. Basta un'occhiata al progetto petrolifero «Ombrina Mare 2», della società inglese Medoilgas, che dovrebbe essere realizzato in Abruzzo, in provincia di Chieti, a non più di 5 chilometri e mezzo dalla costa adriatica. Oltre a una piattaforma fissa di estrazione per lo scavo di 4 o 6 pozzi, visibilissima dalla terraferma, il progetto prevede la presenza in mare, a poca distanza, di una mostruosa unità galleggiante di raffineria e stoccaggio del greggio lunga 320 metri e larga 33, destinata a bruciare le impurità fortemente presenti nel combustibile di pessima qualità estratto. Arrivando a incenerire in caso di bisogno fino a 2.500 chilogrammi di idrogeno solforato l'ora. Per comprendere di che razza di autentica bomba ecologica si tratti resa ancor più pericolosa dai 40 chilometri circa di tubature marine che serviranno all'impianto basterà dire che le autorità degli Stati Uniti non hanno mai autorizzato un impianto del genere nelle loro acque territoriali. Consapevoli evidentemente delle conseguenze pressoché inevitabili di una simile mostruosità: probabile inquinamento delle falde freatiche, più che probabili perdite in mare del greggio estratto e dell'idrogeno solforato, inevitabile riversamento di sostanze chimiche della lavorazione, distruzione d'ogni attività turistica e di pesca per un lungo tratto della costa, radicale snaturamento dei luoghi. Certo, contro «Ombrina Mare 2» gli abitanti della provincia di Chieti sono scesi da tempo sul sentiero di guerra, e una volta tanto anche le autorità regionali dell'Abruzzo hanno espresso la loro opposizione. Ma dal momento che in Italia esiste anche un ministero dei Beni culturali e del Turismo e un ministero dell'Ambiente, mi chiedo quanto tempo dobbiamo ancora aspettare perché i loro titolari ci facciano sentire anch'essi il loro «no». Senza se e senza ma.