Eh no! Una tassa per la cultura sarebbe davvero il colpo di grazia per ogni speranza di cambiamento nei criteri e nei modi di gestione delle istituzioni culturali, il definitivo abbandono di qualsiasi progetto di riforma e trasformazione, condannando la cultura italiana a rimanere ancella di un potere governativo che ha dato sinora bastanti prove di considerarla con disattenzione e disinteresse. La questione non è tanto che le risorse destinate alle attività culturali sono «poche» in Italia, quanto invece che esse vengono distribuite a pioggia, secondo criteri e parametri troppe volte oscuri o incomprensibili, come attestano i contributi alle produzioni cinematografiche o la distribuzione degli addetti sul territorio o ancora la divisione delle quote del fondo unico dello spettacolo, e che, per altro verso, nonostante che da oltre trent'anni si discuta di «economia della cultura», manca qualsiasi valutazione gestionale sull'utilizzazione delle risorse, le quali troppo spesso vengono spese molto lentamente e solo in parte. Bisogna forse ricordare le desolanti vicende dell'area archeologica di Pompei, i molti interventi incompiuti per difetto di programmazione, o le cattedrali nel deserto costruite senza una sufficiente valutazione dei costi necessari alla loro gestione: gli esempi sono talmente numerosi che non vale la pena tentarne un elenco esauriente. La progressiva riduzione dei contributi alle fondazioni dei teatri musicali, peraltro nel frattempo diventate persino più numerose per qualche clientela ministeriale, non hanno affatto ridotto la loro programmazione, anzi, costringendole a una razionalizzazione della gestione, paradossalmente hanno consentito di incrementare l'attività, migliorandone in più di qualche caso anche la qualità. A me sembra che per la cultura in Italia, prima di qualsiasi incremento delle risorse, sia urgente e necessario mettere mano a una riforma radicale del sistema esistente, che a partire dalla struttura e dai compiti del Ministero dei Beni Culturali investa teatri, musei, biblioteche e archivi, attribuendo a ciascuno un'autonomia gestionale che li obblighi a misurare costi e benefici, a tener conto della domanda degli utenti e a coinvolgere nell'attività il territorio, le scuole, le imprese; che sia indispensabile, insomma, più attenzione al mercato e alle sue regole e un maggior coinvolgimento di operatori privati. In fondo la storia anche recente dell'editoria libraria o discografica potrebbe suggerire criteri meritocratici fondati sull'autosufficienza economica e sull'autonomia culturale, lasciando perdere, invece, quegli antichi modelli «giacobini», che da sempre pretendono di sapere meglio degli utenti quello di cui loro avrebbero bisogno: la disaffezione del pubblico verso la cultura di Stato conferma ogni giorno la distanza che resiste tra la domanda e l'offerta e l'inadeguatezza della seconda rispetto alla prima. Non so se l'antica e nobile tradizione della burocrazia francese e l'altrettanto antico accentramento della cultura francese nella capitale giustifichino l'iniziativa presidenziale d'Oltralpe, ma sono certo che affidare al sistema italiano attuale ulteriori risorse in assenza di una profonda riforma strutturale non potrà che moltiplicare le occasioni di spreco e di malgoverno e perciò mi auguro che si cerchino strade tutt'affatto diverse per avviare quel cambiamento che tutti invece ci auguriamo. Cesare De Michelis 17 maggio 2013 10:14
ITALIA - Alla cultura autonomia, non soldi pubblici
La tassa per la cultura sarebbe un colpo di grazia per ogni speranza di cambiamento nei criteri e nei modi di gestione delle istituzioni culturali. Le risorse destinate alle attività culturali sono poche e vengono distribuite in modo oscuri e incomprensibili. Non esiste una valutazione gestionale sull'utilizzazione delle risorse, che vengono spese lentamente e solo in parte. Gli esempi di spreco e malgoverno sono numerosi, come la riduzione dei contributi alle fondazioni dei teatri musicali e la costruzione di cattedrali nel deserto.
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