«Mi prendo l'impegno, se ci saranno tagli alla cultura mi dimetto», promette il presidente del Consiglio Enrico Letta a Fabio Fazio. E a parte il nonsense istituzionale (chi è allora il capo del Governo: lo zio Gianni? nonno Giorgio? il dio Mercato in persona?), appare chiaro che a Letta sfugge un dettaglio: il punto non è evitare altri tagli, è impedire che quelli già fatti siano letali. Il Ministero per i Beni culturali, per esempio, è un paziente in coma: se gli togli ancora un po' di ossigeno muore subito, ma se non glielo aumenti il paziente certo non si sveglia. E la "Nota integrativa per la legge di bilancio" varata da Monti a dicembre ha già schiacciato il grilletto che sparerà ulteriori esiziali tagli oggi e nel 2014: che Letta non lo sappia? Il coma è entrato nella fase profonda nell'estate del 2008, quando Giulio Tremonti dimezzò di fatto il bilancio del ministero 'affidato' all'inconsapevole Sandro Bondi. Allora Salvatore Settis denunciò sul «Sole 24 ore» che nel 2011 sarebbero rimasti sul conto del Mibac solo i denari per la macchina stessa, cioè per gli stipendi di un personale peraltro sempre più striminzito e sempre più vecchio. Settis fu cacciato dalla presidenza del Consiglio superiore dei Beni culturali, ma la profezia si è puntualmente avverata. Nel 2013 il bilancio Mibac (già massacrato da Tremonti) è ulteriormente sceso del 6,1, nel silenzio complice dell'allora ministro Lorenzo Ornaghi, perdendo altri 103,3 milioni. Ma è solo l'inizio: se l'attuale ministro Bray non riesce ad evitarlo, ne dovrà cedere ancora 125 nel 2014, e la bellezza di altri 135,7 nel 2015. Per il 2014 tutto il bilancio del Mibac si dovrà attestare alla miseria di 1.451.068.736 euro. Per avere un'idea di che cosa vuol dire, si può ricordare che poche settimane fa la Direzione Investigativa Antimafia di Trapani ha sequestrato il patrimonio dell'imprenditore dell'eolico Vito Nicastri, ritenuto collegato a Cosa Nostra: quel patrimonio è pari a 1 miliardo e trecentomila euro. In altre parole, la Repubblica finanzia tutto il patrimonio artistico, quello storico (archivi e biblioteche) la tutela del paesaggio e lo spettacolo con circa gli stessi soldi di un singolo tra gli innumerevoli nemici del paesaggio stesso: in pratica, un suicidio. Se si ricorda che 440 milioni di quel bilancio sono destinati al Fondo per lo Spettacolo, rimane che il bilancio del patrimonio e del paesaggio ammonta ormai a circa un miserabile miliardo di euro l'anno, laddove il finanziamento per foruna erogato dall'Unione Europea per la sola Pompei è stato di ben 100 milioni: pari al 10 di ciò che l'Italia 'investe' in un patrimonio che è non 10 volte, ma 10.000 volte più grande di Pompei! E i tagli colpiscono in modo davvero criminale: è bene, per esempio, sapere che nel paese dell'Aquila e dell'Emilia terremotate l'attività finalizzata alla riduzione del rischio sismico per il patrimonio subirà un ulteriore ridimensionamento. Ovvio, no? E poi la tutela dei beni archeologici, solo nel 2013, perde 8,5 milioni, quella del patrimonio culturale 35,6 milioni. In pratica questo vuol dire che rischieremo di chiudere le famose scuole di eccellenza del restauro italiano, come l'Opificio delle Pietre dure e l'ICR di Roma (i cui fondi saranno ridotti di un terzo!). Che le biblioteche che già espellono il pubblico alle 14.30, e che non hanno il riscaldamento, dovranno sforbiciare ancora l'orario e peggiorare le condizioni di vita di chi ci lavora e di chi ci studia; che gli archivi dovranno ridurre il condizionamento d'aria nei depositi, mettendo a rischio gravissimo i documenti. Che i funzionari di soprintendenza non potranno usare macchine e telefonini, lasciando il patrimonio ancora più in balia del degrado e dei furti. Prendiamo il capitolo di spesa Mibac dei cosiddetti lavori pubblici: quello dei restauri, ma ormai spesso anche delle spese correnti (luce, acqua, etc). La Galleria Estense di Modena (chiusa per il terremoto) non ha ricevuto un euro per il 2013, e ne intravede forse qualche migliaio per il prossimo biennio. Idem per la Galleria Nazionale di Parma. Insomma: che si arrangino. Una ininterrotta serie di sentenze della Corte Costituzionale ha chiarito che l'articolo 9 della Carta dice che il patrimonio artistico non deve essere piegato alle leggi del mercato. Così il presidente Ciampi nel 2003: «La doverosa economicità della gestione dei beni culturali, la sua efficienza, non sono l'obiettivo della promozione della cultura, ma un mezzo utile per la loro conservazione e diffusione. Lo ha detto chiaramente la Corte Costituzionale in una sentenza del 1986, quando ha indicato la "primarietà del valore estetico-culturale che non può essere subordinato ad altri valori, ivi compresi quelli economici" e anzi indica che la stessa economia si deve ispirare alla cultura, come sigillo della sua italianità». La premessa della "Nota di bilancio" che condanna a morte il patrimonio culturale italiano non sembra, però, conoscere né la Costituzione né questa sua interpretazione autentica. Vi si legge infatti che «Il "bene culturale" non ha soltanto un valore estetico o contemplativo, ma anche una precisa rilevanza economica», e che è quindi «necessario ed urgente il supporto d'un approccio tendente a valorizzare il marketing nella gestione dei beni culturali». In altre parole: tagliamo ancora i finanziamenti pubblici alla cultura (complessivamente l'1,1 del Pil, la metà della media europea), e mettiamo sul mercato il patrimonio, privatizzandolo. Il nuovo ministro per i Beni Culturali Massimo Bray avrà la forza per invertire questa degenerazione culturale, fermare i tagli già programmati, recuperare credibilità? È l'ultima speranza.