Giuseppe Centauro Professore associato di restauro presso il Dipartimento di Architettura dell'Università di Firenze Caro direttore, leggo un commento che ritengo assai infelice, rilasciato dalla dottoressa Poggesi, responsabile dell'area archeologica pratese, che evidentemente forte del suo ruolo istituzionale, trancia giudizi sferzanti e frettolose sentenze in faccia a tutta la comunità pratese e, sia pure indirettamente, sulle ricerche svolte nell'Ateneo fiorentino. L'archeologa, interrogata sui destini del sito di Poggio Castiglioni e della «Bucaccia» (oggetto di una recente, apprezzatissima, tesi di laurea della quale viene edotta dal giornalista), dichiara nell'intervista che il sito non è considerato di alcun interesse archeologico (l'area, infatti, non è mappata nella Carta Archeologia della Provincia di Prato) e non rientra neppure tra i cosiddetti luoghi «a rischio archeologico», quei luoghi cioè che, pur non vincolati, sono suscettibili quanto meno di un'attenzione istituzionale in caso di trasformazioni urbanistiche. Questo si afferma perché in mancanza di precise relazioni scientifiche, quasi che la geologia o la topografia antica, ma anche le ricerche sui caratteri costruttivi arcaici non lo fossero, occorre evitare scorribande di «psicolabili» (sic!). Assai meglio il degrado e l'incuria che come sappiamo non responsabilizza nessuno, ma che oramai la fanno da padrone in tutta l'area sopra citata. È così che si tratta un luogo evocativo di grande suggestione e ricco di straordinarie presenze antropiche ancor oggi ben visibili e strutturate che di per sé dimostrano l'eccellenza del sito nell'ambito inconfondibile della «geografia sacra» del mondo etrusco incardinato nella vicina Gonfienti. In realtà, nel sostenere questo, la signora si macchia di gravi omissioni dato che il sito è stato oggetto da oltre un lustro di studi e pubblicazioni, seguite da conferenze e dibattiti pubblici. Si ignorano dunque segnalazioni più volte reiterate e ancora una volta non si vuole intervenire in nessun modo, neppure con doverosi accertamenti e sopralluoghi. Si lamenta però la mancanza di soldi; ed in questa direzione si dimentica, ad esempio, la disponibilità più volte offerta gratuitamente, di tenere sorvegliato e pulito il sito da parte di associazioni quali «Amici degli Etruschi», e prima ancora «Camars», scioltasi per sfinimento nel 2009, alla quale si oppose il silenzio e un minaccioso «bavaglio» a mezzo stampa. Non solo, ma ancora oggi in presenza di studi di carattere scientifico che dimostrano la stretta correlazione tra i caratteri geo-ambientali del luogo e le antiche antropizzazioni, non si trova di meglio che mettere in guardia sul pubblicare ricerche e tesi di studio per non attrarre «cacciatori di tesori». Una vecchia storia, già sentita e purtroppo tristemente vissuta sulla nostra pelle. Tuttavia, da semplice cittadino, devo amaramente pensare che forse è meglio così, non vorrei infatti che il sito facesse la fine dello straordinario insediamento dell'età del bronzo allo Scalo-Merci dell'Interporto, sepolto insieme ai resti di strade glareate e di preziosi reperti dell'antichità etrusca, sotto il peso di 200.000 mc di cemento. Eppure la scienza tanto evocata (in questo caso spesa a servizio della burocrazia archeologica) aveva allora (20062007) ben dimostrato e pienamente appurato l'importanza scientifica di quei ritrovamenti. «Prima si autorizza e poi si scava» questa è la formula lungimirante, da tempo sbandierata come azione di «archeologia preventiva», si dice addirittura che «lo si fa 25 anni» e quindi si può continuare a farlo ancora, tanto nessuno interviene. In quest'ultimo caso, senza contare il danno reale procurabile per l'ennesima incuranza dimostrata verso una potenziale risorsa culturale ed economica, oggi strategica e vitale per il rilancio della città, specialmente se si considera la difficilissima contingenza che stiamo vivendo, non si trova di meglio che affermare: «zero certezze, zero fondi», ovvero aggiungiamo noi «zero tutela».