Alla proposta di riforma della legge sui parchi e le aree protette della Giunta regionale, il Pd risponde con una contro proposta ben articolata. Al governo del Veneto va riconosciuto il merito di avere rilevato l'invecchiamento delle norme, ma l'iniziativa è criticabile sotto due aspetti. Da una parte affronta prevalentemente i tagli dei costi di gestione senza affrontare la riflessione sulle funzioni delle aree protette nel governo del territorio. Dall'altra separa la conservazione delle aree naturali dalla politica territoriale e urbanistica. Ancor meno la collega allo sviluppo economico. La proposta del Pd parte da un presupposto diverso e innovativo anche rispetto alle posizioni della sinistra conservatrice tuttora ancorata a un'impostazione vincolistica. Poiché le aree protette costituiscono ben il 22 del territorio veneto, si rileva l'opportunità di gestirle in coordinamento con il Ptrc (Piano territoriale regionale) e altri piani, in particolar modo quelli di sviluppo rurale. Parchi e aree protette devono giocare un ruolo centrale nello sviluppo e nella riqualificazione di tutto il territorio regionale: non più «riserve» ma parti integrate nelle dinamiche territoriali di tutta la regione. Per esempio, le politiche dell'area termale euganea non possono prescindere da quelle del Parco Colli che rappresenta un valore aggiunto oggi indispensabile per il suo sviluppo. Altrettanto vale per le spiagge e il Parco del Delta o per l'agricoltura specializzata. La proposta del Pd si discosta dall'idea vecchia dei vincoli che fa percepire le aree protette come zone in cui le popolazioni devono sacrificare lo sviluppo a una pur benemerita tutela della natura. Al contrario, intende attribuire vantaggi - per esempio sottoforma di maggiori punteggi nei bandi pubblici - a chi opera nel Parco, siano essi privati o amministrazioni comunali. Poiché i Comuni oggi si finanziano prevalentemente con gli oneri di urbanizzazione, è difficile contrastare lo sviluppo edilizio se non si trova una compensazione ai limiti imposti dalle leggi di tutela. Le risorse prodotte da uno sviluppo sostenibile nelle aree protette, nella situazione attuale, non si riverserebbero direttamente nelle finanze locali lasciando il Comune nella necessità di autofinanziarsi. Di conseguenza, la pressione da parte dei sindaci a sfruttare gli introiti da oneri di urbanizzazione, rimane alta. È necessario realisticamente operare per evitare con intelligenza questa distorsione della fiscalità. Fin quando si cominciò a parlare di parchi nel Veneto, gli economisti proposero di affrontare la tutela delle aree naturali per mezzo di strumenti economici. Questa è stata l'impostazione di maggiore successo nella gestione di parchi e aree protette in Italia e nel mondo. Nel Veneto non lo si è nemmeno pensato anche a causa del poverissimo contributo offerto dai comitati scientifici dei Parchi. La riforma delle aree protette è anche ostacolata da un pregiudizio che accomuna la sinistra conservatrice e la Giunta: pur giungendo a conclusioni diverse, entrambe ritengono che la maggioranza della popolazione delle aree protette sia contraria alle norme di tutela com'erano un quarto di secolo fa. Di conseguenza i primi vorrebbero imporre norme vincolistiche; la seconda crede di ottenere il consenso lasciando fare tutto il possibile. Questo pregiudizio va superato con coraggio nella convinzione che oggi la maggior parte dei cittadini, soprattutto i giovani, comprende la grande opportunità di sviluppo insita nelle politiche ambientali. L'integrazione dei due disegni di legge porterebbe a una riforma intelligente e opportuna.