Il Polittico di Simone Martini torna esposto al Museo di San Matteo di Pisa Il dipinto passato ai raggi X ha mostrato le fasi della realizzazione L'artista disegnava a mano libera con il carboncino di Maria Teresa Giannoni wPISA Torna a splendere nel suo sfavillante fondo oro il Polittico di Simone Martini dopo due anni di restauro. Riprenderà il suo posto d'onore al Museo di San Matteo con una inaugurazione pensata in occasione della Notte dei Musei sabato prossimo. In realtà l'opera del grande pittore senese non ha mai lasciato il museo in questo periodo perché il restauro è stato effettuato nel laboratorio interno, una stanza tutta vetri che ha ospitato anche le visite dei ragazzi delle scuole e dove si potevano seguire le varie fasi del lavoro. I protagonisti. Finanziato interamente dalla Fondazione Pisa, il restauro è costato 99mila 600 euro. Ad effettuarlo è stato lo Studiolo di Lucca che ha all'attivo molti interventi su pale d'altare conservate nelle chiese di molte città, da Pistoia a Pisa, da Firenze a Carrara, ma anche su dipinti contemporanei. Sono in tre: Luigi Colombini e Ilaria Nardini con i quali collabora Maddalena Lazzareschi. La direzione di questo restauro è di Dario Matteoni, storico dell'arte e direttore del Museo di San Matteo con il coordinamento di Pier Luigi Nieri. Il restauro invece di essere effettuato in qualche posto lontano e nascosto, è diventato esso stesso un'attrazione un po' perché seguire le azioni lievi e attente degli specialisti in opere d'arte è uno spettacolo affascinante, un po' perché tutto il processo è stato documentato con tecniche digitali e in questa veste è stato messo a disposizione del pubblico. La tecnologia. In questi mesi il polittico vero si trovava smontato nel laboratorio, al suo posto i visitatori trovavano un grande schermo largo tre metri sul quale si poteva visualizzare l'opera nelle sue dimensioni reali, ma anche dialogare con essa attraverso una postazione touch-screen posta lì davanti. Agendo sulla consolle si poteva studiare il dipinto ai raggi X. Un po' lo stesso percorso che hanno fatto i restauratori prima di mettere le mani su questo capolavoro del Trecento. Prima lo hanno sottoposto alle più sofisticate indagini (tecniche ad ultravioletti, infrarossi e raggi X) poi sono intervenuti. L'installazione tecnologica è il prodotto di una collaborazione con la Scuola superiore Sant'Anna di Pisa. La storia. Dipinto da Simone Martini tra il 1319 e il 1320, quello per l'altare maggiore della chiesa di Santa Caterina d'Alessandria a Pisa, è uno dei tanti polittici realizzati dal pittore senese. Ma è il più ricco con i suoi 43 personaggi, che spiccano per la raffinatezza con cui sono ideate le figure, i volti delicati, l'indulgere leggero sopra certi particolari come i polsini decorati della veste di Santa Caterina. Certi volti poi si fanno notare per il loro naturalismo, del resto Symon de Senis - come si è firmato l'artista sul pannello centrale sotto la Madonna - aveva conosciuto Giotto proprio qualche anno prima. L'opera era stata commissionata dai frati domenicani e restò sopra l'altare di Santa Caterina fino al 1680, quando l'altare fu rifatto seguendo il gusto barocco e l'opera divisa in tutte le sue componenti e dimenticata in un deposito del seminario. Rimase lì abbandonata fino alla fine del Settecento quando tornavano di moda le opere "primitive" e alcune tavole finirono nella collezione del canonico Sebastiano Zucchetti. Ma soltanto nella seconda metà dell'Ottocento si scoprì la firma di Simone Martini. Le scoperte del restauro. Le singole tavole sono rimaste per secoli separate e i restauri che si sono succeduti prima di questo hanno integrato, ritoccato, sovrapposto colori e messa in disordine la disposizione delle stesse figure. Fino al 1946, quando per la prima volta le tavole tornarono nella sequenza immaginata dall'autore. «Il nostro lavoro ha confermato - dice Matteoni - quella sequenza per cui troviamo la Maddalena e Caterina ai due estremi». Ma durante il restauro sono emerse anche scoperte emozionanti. Per esempio attraverso la riflettografia infrarossa con la quale si può vedere il disegno sottostante. «Abbiamo acquisito informazioni basilari - dice Pier Luigi Nieri che ha seguito le operazioni per la Soprintendenza - sulla tecnica che usava Simone: un disegno preciso realizzato a mano libera con carboncino direttamente sulla superficie ingessata della tavole e fermato col pennello ad acquerello». Si è visto anche che Simone Martini ebbe diversi ripensamenti in corso d'opera e che decise ad un certo punto di allungare ogni scomparto di 8 centimetri così da poter disegnare le figure dei santi fin sotto la cintura, cosa che rappresentava una vera e propria innovazione. Ripuliti dallo sporco che li ricopriva sono tornati alla luce i colori originali. «In particolare - continua Nieri - risaltano le tinte cangianti delle vesti di alcuni santi e profeti, le lacche rosse e i preziosi blu oltremarini. Abbiamo usato materiali reversibili con colori ad acquerello. Il nostro è un restauro scientifico che non falsifica in alcun modo l'immagine originale ritrovata».