Il più bel regalo di maggio? Passeggiare in silenzio col sole maturo delle cinque del pomeriggio nell'antico Orto degli Ebrei, il Cimitero Ebraico di Ferrara. È come trovarsi in un crocicchio spirituale, in un quadrivio dell'anima dove si incrociano quattro strade, saltano quattro confini. Qui la città si sposa alla campagna in un matrimonio perfetto, in un passaggio insensibile, unito, sfumato: le mura agli alberi, la pietra spoglia delle tombe all'erba che cresce liberissima. «La città forma col suo territorio un corpo inseparabile»: l'ha scritto Carlo Cattaneo tanto tempo fa, ma qui lo vedi, lo tocchi lo senti. Qui l'arte e il paesaggio, la memoria tenace degli uomini e l'indifferenza crudele della natura sono intrecciati con dolcezza inesorabile. Il secondo confine che salta è quello tra la morte e la vita: tutto si ribalta. Chi è più vivo? Io che cammino, e guardo e penso? O quelle pietre, quelle iscrizioni, quella memoria che sarà attiva e viva anche quando io non lo sarò più da centinaia di anni? Cos'è più vivo, più umano, più carico di vita, di civiltà: quelle tombe abbracciate dall'erba, o le nostre periferie sfigurate dal cemento e dal dominio del denaro? C'è più futuro tra questi morti, che non tra i cimiteri verticali dei vivi, crimine assurdo del nostro tempo. Il terzo confine che l'Orto degli Ebrei travolge è l'anti-confine dell'omologazione forzata. Da ottocento anni la comunità ebraica è parte di Ferrara: della cultura, della cucina, del dialetto di Ferrara. Ma ha anche la sua meravigliosa cultura, la sua lingua, il suo alfabeto, la sua tradizione ultramillenaria: che vivono nonostante l'indicibile dell'Olocausto, e le mille risorgenze delle sue teste diaboliche. Passeggiare dentro questa storia di appartenenze che non si escludono, vuol dire prendere il meglio del nostro passato per costruire il nostro futuro. Il quarto confine è quello tra realtà e letteratura. È in questo cimitero che comincia uno dei più bei libri del Novecento italiano, Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani. E dopo che sei stato nell'Orto degli Ebrei non è più possibile sapere se guardi quel luogo attraverso gli occhi del romanzo, o se è la luce calda di quel pomeriggio a bagnare d'oro le pagine del libro. E poi incontri proprio Bassani: in fondo in fondo al Cimitero, con la stele che Arnaldo Pomodoro ha fuso per la sua tomba. Una stele che irrompe nel mondo reale come spaccando la terra: e spaccando il confine tra il corpo dello scrittore e la sua mente. E ti senti grato. A Ferrara, in un pomeriggio di maggio.
L'Orto degli Ebrei e i semi della vita
Il Cimitero Ebraico di Ferrara è un luogo spirituale dove la città si sposa alla campagna. L'orto è un crocicchio spirituale dove si incrociano quattro strade, saltano quattro confini. La città forma un corpo inseparabile con il suo territorio. L'arte, il paesaggio, la memoria e l'indifferenza della natura sono intrecciati con dolcezza inesorabile. Il secondo confine è quello tra la morte e la vita, dove tutto si ribalta. Le tombe sono abbracciate dall'erba, mentre le nostre periferie sono sfigurate dal cemento e dal denaro. Il terzo confine è l'anti-confine dell'omologazione forzata, dove la comunità ebraica è parte di Ferrara, ma mantiene la sua cultura e tradizione.
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Luogo