La denuncia di Docomomo: condannati, senza manutenzione «L'ARRESTO del progetto per la nuova destinazione del Palazzo del Lavoro ne aggraverà lo stato di degrado, fino a un punto di non ritorno. Anche perché in attesa di decisioni che richiedono tempi lunghi, nessuno si occuperà della manutenzione: intanto all'interno piove». L'architetto Cristiana Chiorino, membro del consiglio direttivo di Docomomo, l'associazione nata nel 1990 per tutelare e valorizzare l'architettura moderna, e consulente per gli eredi del progettista Pierluigi Nervi, lancia l'allarme sullo stato di salute di uno dei capolavori dell'architettura del '900, studiato nelle università di tutto il mondo. Architetto Chiorino, che cosa succede al palazzo? «Guardi, sta molto male. Il rischio non è il crollo, intendiamoci, i problemi sono altri. Ci sono infiltrazioni di acqua che minacciano la struttura metallica di copertura e creano problemi nelle falde sotterranee: non dimentichiamo che siamo vicini al Po. Quando piove poi la situazione precipita, il pavimento diventa una sorta di piscina. Per valutare la gravità, occorre sapere come è fatto l'edificio ». Ovvero? «Ci sono 16 colonne in cemento armato, che assomigliano a ombrelli o funghi, sulla cui sommità in acciaio si raccoglie l'acqua, che viene poi scaricata nelle parti sotterranee. Ma sulla copertura si sono create fessure, che generano, oltre a infiltrazioni, colate di ruggine. Se lo stop imposto dal Consiglio di Stato al Comune per irregolarità ed è un vero peccato che la città si sia inciampata su un simile errore di procedura porterà a un arresto di uno o due anni, la situazione degenererà ancora e l'edificio non si potrà più recuperare ». Sarebbe stato meglio farne un centro commerciale? «Non era il migliore progetto possibile, destava anzi perplessità: però avrebbe creato una destinazione all'edificio, che da quando e' stata trasferita la facoltà di Economia non ne ha più avuta alcuna, e garantito una adeguata manutenzione. Escludo invece che gli attuali proprietari di Pentagramma Piemonte abbiano interesse a farsene carico, fino a quanpravvissuto do per lo meno la situazione non si sbloccherà». Lei insomma è molto pessimista: non vede spiragli? «Sono pessimista perché si tratta di un fatto gravissimo, tenuto conto che il palazzo dal 2011 è vincolato dalla Soprintendenza. Oltretutto non è l'unico caso di degrado per un capolavoro di Nervi: c'è anche Torino Esposizioni, sofinora grazie al recupero effettuato nel 2006, in vista delle Olimpiadi. Recupero che gli ha allungato la vita, ma che ora è vanificato. La struttura oggi è terra di nessuno: non si decide che cosa farne, inoltre da un anno di notte entrano persone che prelevano cavi di rame, per cui gli impianti praticamente non esistono più. La mancanza di manutenzione sul Palazzo del Lavoro e su Torino Esposizioni è una colpa grave per la città. Sono simboli di una eccellenza costruttiva e attirano l'attenzione del mondo intero, esattamente come il Barocco e le residenze sabaude». Che cosa propone per l'immediato futuro? «Intanto vorrei che questo arresto sul Palazzo del Lavoro fosse occasione per riconsiderare la proposta della famiglia Nervi di affiancare alla squadra di progettazione un tutor che conosca bene quella architettura e le problematiche della sua conservazione, riportando l'attenzione all'edificio e non solo all'operazione urbanistica e commerciale. Sono temi su cui ormai la ricerca scientifica è assolutamente preparata. Sto seguendo 50 studenti del Politecnico di Losanna che hanno dedicato un anno a redigere un progetto di restauro dell'edificio. Credo poi che il progetto per il Palazzo debba comunque andare avanti: dopo tanti andati in fumo, questo era l'unico che stava per concretizzarsi, fermarlo adesso sarebbe sbagliato. Auspico un compromesso per portarlo a termine, sperando ancora in future migliorie».