SEBBENE sia al centro del dibattito da oltre un decennio, la nozione di distretto culturale trascina ancora con sé una serie non piccola di equivoci: a partire già dalla definizione modellata sull' esempio del distretto industriale, e intesa spesso in senso sostitutivo ad esso da quando la crisi finale di un sistema produttivo e della sua rete di relazioni ha spinto a una nuova tematica di lettura degli ambiti territoriali e delle sue risorse. In questo senso, il distretto culturale rappresenta l' esito attuale di quella volontà di coniugare beni storico artistici e valorizzazione economica che in Italia ha conosciuto, sin dai cosiddetti "giacimenti culturali" indicati negli anni Ottanta, tanti entusiasmi e altrettante delusioni e fraintendimenti pericolosi. Non perché l' idea di mettere in rete aree relativamente unitarie sotto il profilo delle vicende culturali unificando strategie, processi e risorse sia errata: quanto, semmai, perché l' idea che si possa vivere solo di turismo culturale siè rivelata, dati alla mano, illusoria, e perché il porre al centro della questione la produzione di ricchezza ha portato talvolta a elaborare proposte anche a discapito della conservazione e della tutela, soprattutto per i siti naturalistici minacciati più volte dal cemento di porti turistici, catene alberghiere ed eliporti. Il modello della Costa del Sol insomma, che oggi lascia interi villaggi sorti per il turismo di massa pressoché deserti. I n un articolo pubblicato nei giorni scorsi sul Sole 24 Ore, Pier Luigi Sacco fa giustizia di questo e altri luoghi comuni, indicando nella idea che i beni culturali possano fungere da moltiplicatore di una intera economia un elemento di fragilità strategica. Il caso Bilbao, con la grande macchina spettacolare del Guggenheim di Frank Gehry ha potuto funzionare soltanto grazie alla riconversione in una nuova visione tecnologica della smantellata rete industriale; e non a caso, dopo i primi successi, il modello di Torino che aveva rilanciato la propria immagine di città culturale (dall' arte contemporanea ai grandi musei) cercando di colmare la voragine prodotta dalla crisi irreversibile dell' industria dell' automobile ha mostrato tutti i suoi limiti. E in Sicilia, dove l' atavica carenza infrastrutturalee la mancanza di un sistema produttivo moderno da rivitalizzare sembrerebbe azzerare ogni possibilità di discorso in tal senso? L' esempio canonico è quello del Val di Noto, ufficializzato sin dal 2002, che negli ultimi anni ha certamente incrementato sensibilmente flussi di visitatori, indotto e persino compravendita immobiliare. Tutto questo è avvenuto senza produrre però un incremento realmente diffuso di ricchezza in grado di supportarsi a medio termine; ma anche, va detto, senza una politica di valorizzazione del patrimonio culturale in grado di leggere la profonda unitarietà di quell' area, dagli insediamenti rupestri al barocco. Manca forse in questo caso la prova diretta del fallimento di un modello, semplicemente perché quel modello non è stato mai attivato. L' assenza di una vocazione manifatturiera e industriale e di una sua storia pregressa suggerisce allora in Sicilia la possibilità di invertire il percorso, e di puntare sul distretti culturali come occasione non soltanto dell' offerta turistica, ma anche dell' ammodernamento territoriale, a partire da trasporti e reti viarie sino alle cosiddette autostrade informatiche. Per questo sarebbe necessaria una programmazione a medio e lungo termine in grado di coinvolgere tutti gli strumenti di pianificazione previsti dall' attuale normativa, dai piani territoriali e paesistici sino a quelli regolatori. Una visione e una strategia di intervento ampia e unitaria insomma, capace non di mettere in cantiere sedicenti eventi ma di convogliare le risorse oggi disarticolate in miriadi di interventi a pioggia (quanti Fondi Europei sono stati sprecati?) coordinando le politiche di assessorati sino a ieri (chissà perché) spesso rivali come quelli preposti al turismo e ai beni culturali e individuando al contempo, nella plurimillenaria vicenda isolana, una geografia di distretti che tenga conto di specificità e differenze. Postilla finale. Non se ne è accorto nessuno, ma anche Palermo si è costituita, dal 2010, come distretto culturale. Di recente, a confermare indirettamente questo disegno, la Regione ha annunciato la prossima disponibilità di 15 milioni di euro di fondi europei da destinare al polo museale della città in occasione della sua candidatura quale capitale Europea della Cultura per il 2019. Forse non è inutile ricordare che con polo museale si intende non una mera sommatoria di musei (per Palermo questo comprenderebbe Abatellis, Salinas, Riso, Palazzo Mirto, l' Oratorio dei Bianchi e l' Albergo delle Povere, gli spazi cioè direttamente gestiti dalla Regione) ma una precisa fisionomia amministrativa basata su una autonomia gestionale che la legislazione siciliana ancora non prevede nonostante se ne discuta da anni. Che sia il momento buono per porla in atto?