Emanuela Angiuli autrice del progetto del Polo Museale «Città di Barletta» La città medievale e la corte dell'imperatore nelle nuove sale del Museo civico di Barletta L'allestimento delle sale del pian terreno, affacciate sulla piazza d'armi del Castello, completa il progetto del Polo Museale di Barletta che apre oggi al pubblico con le raccolte di archeologia medievale, dopo le sale del piano superiore destinate alle quadrerie. L'atmosfera che si respira negli ambienti del Lapidario ha il sapore di un grande recupero, come nelle esortazioni che Raffaello Sanzio, nominato sovrintendente delle antichità romane, invia a papa Leone X in una lettera scritta nel 1515: «Non debbe adunche, padre Santo, esser tra gli ultimi pensieri di Vostra Santità lo haver cura che quello poco che resta di questa antica madre della gloria e nome Italiano non sia estirpato in tutto, e guasto dalli maligni et ignoranti». Le lunghe vicende infatti che hanno contrassegnato l'accumulo delle pietre staccate da antichi palazzi e da chiese, da tombe e conventi, dalle strade, dalle campagne e dai ruderi rivoltati nelle archeologie del territorio, oggi prendono la forma di un largo palinsesto restituito alla storia, nel quale si raccolgono frammenti architettonici, sculture, ritratti e stemmi incisi sulla pietra, come pagine di un diario cittadino, una sorta di codice diplomatico composto di capitelli fioriti, archetti, cornici, decorazioni «gentili», lastre, dediche e intitolazioni che nell'arco di oltre sei secoli raccontano della città e del suo castello. Pietre di famiglia, verrebbe da dire entrando nella Sala degli Stemmi, affollate di figure araldiche di quanti, trapassando nell'eternità, affidavano alle simbologie del casato la traccia di esistenze terrene trascorse fra guerre, affari, mercanzie, fedeltà, rivolte, fra una dominazione e l'altra di svevi, angioini, aragonesi, spagnoli. Fotografati sugli stemmi medievali scolpiti sulle lastre tombali, sfilano sulle pareti i ricchi signori del periodo più florido della città, il '300 del governo degli Angiò, quando si espandono i traffici mercantili dell'esportazione del sale e dei cereali coltivati nel Tavoliere. C'è il mercante barlettano Nicola Follus, padrone di una barca di piccolo cabotaggio, che nel 1370 fonda una società commerciale con il figlio di uno speziale; c'è il banchiere Ugo de Lilla, la nave a remi con due alberi di Andrea Protomagistro, il leone rampante di Chucius de Comestabile, la signora Vanucia moglie di Marco Pisano, la madre di Donato de Riso, le famiglie dei fiorentini e degli amalfitani. Gigli, conchiglie, stelle, palme, scudi, forbici, colonne, torri, uccelli, di pietra, fanno da preambolo, avanzando, alla Sala dei Cavalieri dove si stagliano le monumentali figure dell'Ordine di San Giovanni Gerosolimitano. Ieratici, composti nel gesto dell'eterno riposo, Guglielmo, Simone, Raynerio, Ferruccio, con i capelli stretti nella cuffia, indossano lunghe tuniche sotto il manto segnato dalla croce dell'Ordine sul braccio sinistro. Più disinvolto e mondano Michel de Landulfi de Barulo sfoggia un completo quattrocentesco con i calzoni a sbuffo stretti al ginocchio ed un attillato elegante corpetto. Appena al di là del cavaliere dalla cotta di ferro e lo spadone legato alla vita, reduce da chissà quale battaglia, si sente un suono leggero di acque scroscianti mentre l'immagine di una navicella scorre sull'onda di un mare verde. Il museo medievale cambia improvvisamente registro. Stiamo per entrare nel mondo dell'imperatore che Francesco Di Ciaula, curatore dell'intero percorso, ha chiamato Palatium. E' la magia delle proiezioni delle pagine del De arte venandi cum avibus sulle facce di grandi cubi simili a torri mozzate. Gli uccelli che il re aveva studiato nelle saline di Margherita di Savoia, a Salpi oggi Trinitapoli, in Capitanata o nei boschi di Melfi, si alzano in volo, si poggiano sulle pareti di pietra viva fuggendo il cacciatore, mentre le volte delle sale si riempiono di stelle d'oro. E' come attraversare un percorso iniziatico fra le figure dei codici miniati medievali. L'imperatore appare poeta e verseggiatore, truppe di cavalieri battono le vie della guerra, sculture possenti rubate a Castel del Monte appaiono e si dissolvono ancora sui muri in quello splendido gotico che dal nord Europa anticipò sulle colline di Andria la grande stagione del Rinascimento. E mentre sulla pietra delle sale del Castello mani invisibili sfogliano pagine miniate come per un set appositamente allestito, il busto di Federico II aspetta nella sua stanza, come in una sorta di epifania finale. La scultura dell'Imperatore effigiato in fogge romane a differenza dei suoi avi normanni costruiti a mosaico nelle chiese palermitane, qui è una figura reale, fiera, terrena, intrisa del carisma di un'altra religione, quella del sovrano che nutrendosi del proprio culto, sembra riaffermare il ritorno all'ideologia imperiale del mondo classico che segnerà profondamente l'estetica e la cultura del dominio di Federico II in Puglia e in Europa.