Scuola, lettura, cultura. Parole abusate. E le frasi che le evocano sono spesso popolate da luoghi comuni. Alzi la mano chi non vuole un'istruzione efficace? Chi non stimola i figli a frequentare i libri e a informarsi? Chi non vorrebbe più eventi culturali? Eppur regrediamo. Denunciandolo, non intendiamo accodarci a un'indignazione che fa fine e non impegna. Vogliamo partire dai dati per proporre idee (inviate le vostre) che possano invertire la tendenza. In Italia sono in crescita analfabetismo, abbandono scolastico nelle scuole secondarie, vendita e lettura di libri; diminuiscono i laureati, gli investimenti destinati alla scuola, alla ricerca e alle iniziative culturali. Se c'è da tagliare, da qualche parte si deve cominciare: naturale che si sforbicino le spese improduttive. Però, se vogliamo restare ai numeri, come insegnano economisti ed esperti contabili che trasformano la vita reale di tutti noi in tabelle e bilanci, vanno prese in considerazione anche altre informazioni. Per esempio, che vi è una stretta correlazione tra aumento della scolarizzazione e crescita del pil. Non esiste una nazione che si imbarbarisca e intanto aumenti la sua ricchezza. Di solito, l'impoverimento intellettuale va a braccetto con la disuguaglianza sociale. E ancora: eventi culturali, come il Salone del libro di Torino o il Festival della Letteratura di Mantova, hanno la capacità di produrre moltiplicatori di ricchezza, rispetto all'investimento, addirittura di io volte. Credo che nemmeno l'estrazione del petrolio generi, in proporzione, tanto guadagno. Come mai? Adam Smith o Alfred Marshall avrebbero spiegato che la domanda e l'offerta di quel bene, la cultura, si incontrano e stabiliscono un prezzo. L'impalpabile crescita intellettuale, dunque, genera valore meno virtuale e pericoloso della speculazione finanziaria. Se non vogliamo perderci nel chiasso di sterili lamentele e insulti propagati via web, perché non chiedere al governo che vuole "rifondere" la nazione di mettere in cima alle priorità (insieme al sostegno al lavoro, all'industria, alla tutela del potere d'acquisto dei cittadini, al cambio della legge elettorale) l'impegno di tornare a occuparsi di scuola, diffusione della lettura, sport. Il tutto passando attraverso l'educazione a un corretto utilizzo delle nuove tecnologie: che siano strumenti di approfondimento, non di banalizzazione; di interazione delle intelligenze, non semplice gioco o fuga dalla vita reale. I risultati li vedremo tra qualche anno, ma in alternativa scivoleremo in fondo a tutte le graduatorie dei Paesi industrializzati. Salvo quelle che misurano la corruzione e l'arretratezza dell'amministrazione pubblica. Credo che questo "investimento in infrastrutture" (meglio di un ponte sullo stretto di Messina) possa generare il volano psicologico (oltre a quello materiale) necessario per ripartire. Come accadde con la tv di Stato nei primi decenni della Repubblica. pvercesicorriere.it