Andrea Balestri Associazione Industriali Massa Carrara Caro direttore, vorrei fare alcune considerazioni in risposta al professor Paolo Baldeschi che Chiara Dino ha intervistato (titolo: «Mal di Toscana») sul Corriere Fiorentino del 7 maggio. Nelle cave di Carrara, diversamente da quanto affermato, non c'è nessuna «trivellazione»; nelle cave si usano macchine a lama e filo diamantato e il riferimento alle trivelle è semplicemente fuorviante come potrebbe constatare con una semplice visita alle cave. Delle attività delle cave, inoltre, si può dire tutto ma non che siano svolte in modo «selvaggio». L'escavazione è forse l'attività più regolata in assoluto; tutto il settore è normato dal Testo unico cave, miniere; ci sono precisi piani regionali; spesso nei comuni (e questo è il caso di Carrara) ci sono specifici regolamenti. Ogni piano di cava è subordinato ad un'autorizzazione che richiede una mole impressionante di documentazione: analisi geologiche, geomorfologiche, geominerari, idrogeologiche, vegetazionali e paesaggistiche; relazione tecnica in relazione alla destinazione urbanistica; piano coltivazione; progetto risistemazione; progetto opere urbanizzazione primaria e allacciamento pubblici servizi, trattamento rifiuti; perizia di stima dei valori di mercato della realizzazione delle opere; schema dettaglio documento sicurezza e salute; 13 designazione direttore cave; eventuale progettazione di impianti con finalità diverse; eventuali allegati compresa la pronuncia di impatto ambientale; sono previsti pareri obbligatori assunti in Conferenza dei servizi con Arpat, Asl e Sovrintendenza dei beni paesaggistici. Su tutte le cave ci sono controlli capillari: le pese, ispezioni; forse vale il detto «Troppo regole, nessuna regola...», è possibile! Ma non c'è settore che sia più regolamentato e controllato delle cave e mai aggettivo fu più inappropriato di «selvaggio». Altrettanto gratuita e sprezzante è la connessione con «le multinazionali di carbonato di calcio». Nel bacino di Carrara non ci sono cave autorizzate ad estrarre prodotti industriali; queste, infatti, sono autorizzate esclusivamente a scavare materiali ornamentali. I sassi dai quali si ricava carbonato di calcio sono un sottoprodotto che dipende da fattori naturali (e questo succede a Carrara come in tutte le cave del mondo). Se una cava producesse direttamente sassi, prima ancora di violare palesemente le norme regionali e i regolamenti comunali, farebbe semplicemente un'attività economicamente in perdita. Nessuno, a Carrara, devasta i monti o li sgretola per ricavarne carbonato di calcio. C'è un altro aspetto connesso agli scarti della estrazione dei blocchi di marmo. Per le costruzioni edili, opere pubbliche o altre opere la Toscana consuma ogni anno circa 16 milioni di mc di prodotti di cava; nelle cave attive in regione ne produce solo 12 (i 4 che mancano li importa da altre regioni). Dei 12 milioni di mc utilizzati, 1,5 sono il sottoprodotto della lavorazione delle cave di Carrara e di Massa; se questi sassi fossero lasciati sui monti (i cosiddetti ravaneti), dovremmo aprire appositamente altre cave nel paesaggio della Toscana. Del resto quello del riutilizzo degli scarti delle estrazioni è un indirizzo fortemente sostenuto a livello comunitario: non aprire nuove cave e usare i residui e i materiali di recupero. Non ho capito bene, inoltre, che tipo di disvalore il prof. Baldeschi associ alla qualificazione «multinazionale». In generale, nessuno deve inventarsi accuse grottesche per sostenere la propria opposizione alle attività che si svolgono nelle cave; l'escavazione (è insito nella parola stessa) è attività impattante e l'effetto è visibile a tutti. Può piacere o meno; possono essere valutate sotto molti diversi profili: in base al rapporto costi-benefici (le cave restano il motore economico primario di questo territorio), oppure il bilancio ambientale complessivo considerando, per esempio, che un pavimento in pietre naturali come il marmo richiede frazioni di CO2 rispetto al cotto o alle ceramiche o che il vituperato carbonato calcio ottenuto dagli scarti si traduce in minore cellulosa nella produzione di carta e in meno petrolio nella estrusione e stampaggio di plastiche. Ancora, è difficile pensare al tanto celebrato paesaggio dei centri toscani senza le pietre naturali che ne sono l'ingrediente più originale. Ma in tutto questo, dobbiamo essere consapevoli che siamo in un campo aperto, dove si possono avere opinioni diverse, più o meno condivise, ma tutte legittime. E davvero non c'è nessun bisogno di ricorrere ad accuse gratuite e soprattutto ad iperbole sprezzanti per un gruppo di imprese, per i loro operatori e per la comunità di Carrara nella quale sono immersi.