Lo storico sponsor ha lasciato il Jazz. Meno contributi anche per Comune e Arena Come se, d'un tratto, arrivasse il deserto. Come se la sabbia di finanziamenti mancati prendesse il sopravvento. Quel paesaggio lunare racconterebbe di una Verona senza una Fondazione lirica. Di un'Arena senza opere. Di una Gran Guardia senza mostre. Di un Teatro Romano senza rassegne. Di una città «d'arte e cultura» che non avrebbe nè arte, nè cultura. E per molti, già così, non è che si abbonda, in entrambi i casi. Ci sono spigoli della crisi che rimangono nei «cantoni». Come la sabbia quando s'insinua. Che la trovi in posti che non t'aspetti. E questo è lo «spigolo» di quella crisi che si riverbera sugli eventi di una città che la cultura non la fa solo per se stessa. Ma come volano economico. Un volano che rischia d'incartarsi su se stesso. Perchè se è vero come è vero che i finanziamenti per la cultura non arrivano da quell'acquedotto che dovrebbe essere uno Stato che investe sul suo principale patrimonio, è altrettanto vero che si stanno prosciugando quei rubinetti che, se non creano risaie, evitano desertificazioni. Gli investimenti privati. Quegli «sponsor» che al mulino culturale portano acqua, eccome. L'esempio più eclatante è quello del Verona Jazz Festival che grazie ai contributi dei privati ha creato delle vere e proprie chicche, in 40 anni di vita. Da due anni il Jazz scaligero per eccellenza, ha perso lo sponsor. Quella Wolkswagen che garantiva alla manifestazione un introito di 100mila euro a edizione. E che da lì si è eclissata, come ha ridotto la partecipazione alla stagione lirica. Il risultato è stato che gli organizzatori hanno cambiato formula, creando una collaborazione con una società che prevede una collaborazione legata alle vendite dei biglietti. «I privati - spiega Gian Paolo Savorelli, direttore artistico dell'Estate Teatrale Veronese, creatore e curatore del Festival Jazz - sostenevano quasi totalmente la rassegna. E questo ti dà una possibilità importante: poter creare un cartellone senza guardare al botteghino. Insomma, poter invitare artisti importanti, di nicchia, che magari non ti riempiono il teatro. Con altre formule devi stare più attento alla parte "commerciale", come è giusto che sia per chi subentra dovendo coprire con gli incassi. Non è la formula ideale. Ma sia chiaro che è comunque una formula che ti permette di non morire». C'è chi lascia e chi, come alcune banche, diminuiscono la loro «partecipazione». E la creazione di «eventi culturali» a Verona è inevitabilmente destinata a barcollare, tra uno Stato che taglia e i privati che potrebbero cauterizzare la ferita e che invece ritirano le sovvenzioni. «La verità - analizza il sindaco Flavio Tosi - è che se non ci fossero i privati ad esempio a Verona non sarebbero state allestite le due mostre di Goldin. Noi abbiamo la fortuna di avere la Fondazione Cariverona, quindi un privato che non solo non si è tirato indietro, ma ha investito. E' ovvio che comunque devi cercare di organizzare eventi con meno finanziamenti e quindi crei sinergie nuove, cerchi soluzioni diverse, ma la programmazione inevitabilmente ne risente. Con la "spending review" si è tagliato senza criterio. I finanziamenti sono stati decimati per tutti, sia per chi organizzava convegni del piffero sia per città culturalmente importanti come Verona. E questo è stato un errore. Poi non si viene incontro, in un Paese come il nostro, al mecenatismo con quei benefici fiscali per i privati che investono in cultura, come accade all'estero. Se non ci fosse stata la Cariverona non solo non ci sarebbero state le mostre di Goldin. Ma come Comune non avremmo potuto fare quella "musina" che grazie a quell'evento siamo riusciti a fare e che sarà investita in altri progetti...». Ne sa qualcosa il sovrintendente della Fondazione Arena, Francesco Girondini. Tra tagli al Fus - il fondo unico per lo spettacolo - e sponsor in crisi, è una sorta di alchimista, nel trovare finanziamenti. «Se si guarda in generale, noi non abbiamo perso sponsor privati. Anzi, ne abbiamo aggiunti. Ma la verità è che quelli più grossi hanno ridotto la partecipazione e quelli nuovi e i più piccoli non portano ulteriori entrate, ma vanno a coprire le perdite dovute ai tagli dei "maggiori"». Fanno sperare quello che è anche il presidente dell'Anflos - l'associazione nazionale delle Fondazioni lirico sinfoniche - le ultime dichiarazioni del premier Enrico Letta. «Ha detto che se ci saranno ulteriori tagli alla cultura si dimetterà. Visto che poi sarà lui a decidere, non credo che si auto-licenzierà... E' già qualcosa. E magari invece di tagli si inizierà a parlare di aumenti. A Verona la situazione è particolare, siamo salvati anche noi dalla Fondazione Cariverona. Se non ci fosse stata non ci sarebbe il museo della lirica. E ha anche aumentato il contributo. Ma a mancare è sempre lo Stato. Ci vorrebbe la leva fiscale: togliere l'Iva sui biglietti, gli sgravi a chi investe...». Perchè a un imprenditore puoi spiegare quanto è bello essere dei mecenati. Ma se la crisi attanaglia tutti è dove non fai la pagnotta che inevitabilmente tagli. E la cultura, si sa, non lievita in tempi rapidi...