Restaurata, riapre al pubblico dopo cento anni «La Galleria dell'Accademia Tadini non può avere un futuro se non attraverso un lavoro di rilettura del proprio passato, in cui si rintracciano le ragioni del suo presente. Non può proporsi come museo moderno, se non riscoprendo le caratteristiche che ne fanno una testimonianza preziosa della cultura dell'Ottocento lombardo», sostiene Marco Albertario, conservatore dell'Accademia Tadini, spiegando i perché del recupero della biblioteca. Grazie al contributo di Regione Lombardia, Fondazione Credito Bergamasco e il sostegno dell'associazione Amici del Tadini, dopo due anni di restauro, domani alle 18 riaprirà al pubblico. «L'attenzione si è rivolta alla biblioteca perché serviva capire attraverso quali filtri il conte Luigi Tadini guardasse il mondo, con quali strumenti affrontasse l'acquisto dei quadri o la discussione sulle proposte legislative della Repubblica Cisalpina, o con quale spirito affrontasse i voli in mongolfiera, grande segno di modernità. E i libri possono dare molte risposte», spiega il curatore, nonché coordinatore dei lavori diretti dall'architetto Gaetano Puglielli della Soprintendenza per i beni architettonici, da Amalia Pacia, Soprintendenza per i beni storici, artistici e etnoantropologici e da Ornella Foglieni, Soprintendenza ai beni librari. L'intervento ha riportato in luce l'antichità dal gusto neoclassico: non più una sala buia e polverosa, ma nitida. Gli interventi maggiori hanno riguardato il soffitto ottocentesco in carta dipinta nel 1827 dallo scenografo teatrale Luigi Dell'Era e il pavimento in battuto veneziano. Al primo sono state rimosse macchie, lacerazioni e lacune, oltre al rilassamento della tela sul telaio. Il secondo è stato ripulito e consolidato nelle parti disgregate, con aggiunta di stuccature nelle parti mancanti e integrazione pittorica a fresco. Grazie alla sostituzione degli infissi si è «recuperata la trasparenza dell'edificio». Nato per dialogare col paesaggio, era considerato dal conte «il miglior ornamento della Galleria», prosegue il curatore. Tra i punti di forza il recupero di alcuni elementi di arredo museale quali gli armadi lignei, le basi antiche del «Giudizio di Paride» di Filippo Tagliolini e della «Religione» di Antonio Canova, la «scalascranna», sedia progettata dal modenese Sebastiano Salimbeni, nipote del conte e architetto del palazzo, usata come sedile e scaleo per accedere ai ripiani alti degli scaffali. Infine il patrimonio librario. Volumi intrisi di polvere e rovinati sono stati ricuciti e rinforzati. Il fondo librario presenta delle rarità come 5 incunaboli, tra cui l'esemplare di Aulo Gellio stampato da Simone da Lovere nel 1489, 260 cinquecentine, il fondo Gaia, i libri di Faustino Tadini, gli acquisti di don Paolo Macario e poi del direttore Enrico Scalzi, oggetto della mostra visitabile da domani.