Napoli. Il luogo simbolo dello scempio del patrimonio chiesastico napoletano è il perimetro murario del Chiostro di Santa Chiara. Imbrattato dai graffiti come una stazione della metropolitana. Con tanto di cuoricini e di improbabili "ti amo" verniciati sulle pareti. Impossibile non farci caso per i turisti, non molti, che si radunano all'ingresso, macchinetta fotografica rigorosamente al collo, costretti a brancolare a tentoni per la distruzione sistematica dei cartelli di segnalazione. Per fortuna l'attiguo Monastero di Santa Chiara gode ancora di discreta salute. Ma di fronte, la guglia dell'Immacolata di piazza del Gesù soffoca tra le sterpaglie che lesionano il marmo. Lo stesso problema del campanile della chiesa di S. Agostino alla Zecca e della chiesa del Gesù Nuovo. Pochi sanno che il numero di chiese di Napoli è addirittura superiore a quello di Roma. Peccato che su 500, più di 200 risultino chiuse al pubblico, come la Chiesa di Sant'Aniello a Caponapoli, la Chiesa dell'Arciconfraternita di San Girolamo dei Ciechi, o la Chiesa di Santa Maria Vertecoeli. Diroccate come la Cappella di Sant'Antonio alla Vicaria o la Chiesa dei Santissimi Cosma e Damiano che si staglia tra i rifiuti di Largo Banchi Nuovi, un'opera del 1700 che John Turturro ha scelto per uno degli sfondi del film "Passione". Sottoposte a lavori di restauro infiniti. Nel peggiore dei casi, saccheggiate dai ladri che si sono portati via altari, maioliche, candelabri, vasche sacre. È quel che è accaduto alla Chiesa di Santa Maria in Cosmedin in piazza Portanova, risalente ai tempi dell'Imperatore Costantino. Depredata di tutto. Persino delle reliquie di un cardinale. Succede questo e altro a Napoli, capitale della convivenza tra bello e degrado, dove la medaglia del riconoscimento di patrimonio Unesco è appannata da decenni di incuria, e l'invito della nuova edizione del Maggio dei Monumenti a visitare "chiostri, cortili e sagrati" fa sorridere amaro Antonio Pariante e Vincenzo Giunta, tra gli animatori del Comitato di Portosalvo, presidio intellettuale di lotta per la riqualificazione delle bellezze culturali del centro storico. "Proviamo a visitare - dicono - il cortile medievale del complesso monastico di Sant'Anna dei Lombardi, che comprende la bellissima Chiesa dove sono custodite le opere del Vasari". È una sollecitazione provocatoria. Quel cortile è inaccessibile, ora è il parcheggio delle auto dei carabinieri della caserma Pastrengo. L'ingresso è sbarrato da un cancello con lamiera "graffitata" per ostacolare lo sguardo dei curiosi. La scala di piperno antico, a sua volta, è divelta. Un orrore. I monumenti e i palazzi "laici" non se la passano certo meglio. Due esempi per tutti. La celeberrima piazza del Plebiscito, la cui pedonalizzazione fu l'avvio del Rinascimento Napoletano degli anni '90, è stata letteralmente presa d'assalto dai graffitari. Che non hanno risparmiato neppure i leoni di pietra presso il colonnato e le statue equestri di Carlo III di Borbone e di suo figlio Ferdinando I. E il meno conosciuto Palazzo Penne, architettura durazzesca del 1400, nei pressi del Largo Banchi Nuovi, nel ventre di Napoli. Un rudere, ormai. Mortificato da brutti e mal eseguiti lavori di ristrutturazione, per i quali nessuno ha pagato prezzo: il processo si è concluso tre settimane fa con l'assoluzione di tutti gli imputati. Se uno vuole aprirsi a un cauto ottimismo, può visitare la Chiesa di Sant'Anna dei Lombardi, un prodigio dell'architettura del XV secolo, passando purtroppo per la fontana di Carlo II d'Asburgo vandalizzata dalle scritte "Wc". Chiesa bellissima e tutto sommato ben tenuta. Tranne che per le infiltrazioni d'acqua che stanno rovinando la cappella delle sculture del Mazzone. Sembra che l'acqua stia mettendo in pericolo anche la Chiesa di S. Giacomo degli Spagnoli, annessa al palazzo dell'amministrazione comunale. Ma il problema non sono solo le piogge. A Napoli il terremoto del 1980 è un incubo mai superato. La Chiesa di San Michele Arcangelo nei pressi di piazza Dante, di stile barocco, è stata chiusa per un restauro post-sisma durato circa 30 anni. Le lesioni alle volte sono visibili a occhio nudo. Ma almeno questa è accessibile. Le chiese chiuse e mai riaperte per il sisma si contano a decine. Una ferita mai rimarginata, nonostante i 150 milioni di euro spesi in trent'anni nella sola provincia napoletana. Il restauro della chiesa Ecce Omo, tra i bassi dei vicoli, è costato svariati milioni. La chiesa però è chiusa. Ma anche quando sono disponibili, le, discutibili scelte di gestione lasciano sbarrate al pubblico i gioielli del cuore di Napoli, ad esempio nel ponte di fine aprile, per lo sconforto di chi immagina le file per visitare i musei e le chiesi di Firenze. È il caso della Chiesa e del vicino Chiostro di Santa Maria la Nova, che ospita anche le sedute del consiglio provinciale. Ingresso sbarrato per il vicino Museo d'Arte Religiosa Contemporanea. Semaforo giallo al Museo di Capodimonte: è aperto, ma il piano che ospita le opere di Andy Wahrol, no. I carabinieri si sono annessi un cortile sacro per le loro auto, la polizia si è accontentata di parte di un sagrato per gli scooter degli agenti. La "porta d'ingresso della Casa del Signore" occupata da vespe e moto è quella della Chiesa di San Diego dell'Ospedaletto, costruita nel 1700, di fronte alla Questura. "Scusi, lei è della Soprintendenza"? La signora urla ma è gentile. È di Napoli. C'è una piccola folla che si ripara dalla pioggia. "Stiamo aspettando qualcuno della Soprintendenza che ce la apra, avevamo appuntamento alle 11 ma è già trascorsa mezz'ora". Non disperi. C'è invece da disperarsi a Largo Giusso, fotografando i muri della Cappella Pappacoda. Sono rovinati dai murales. Il frutto di ore, giorni, settimane di lavoro. Si tratta della Cappella attigua alla Chiesa di San Giovanni Maggiore. Di un fascino struggente, ben tenuta, spesso utilizzata per convegni e concerti, con cura e rispetto. Ma tutto intorno è il caos, tra bottiglie di birra rotte e un insopportabile tanfo di piscio. È Napoli, bellezza.