Il vero capolavoro della storia dell'arte italiana non è quella singola scultura di Michelangelo, o quel singolo Caravaggio: è ciò che oggi chiamiamo il "centro storico". La Carta di Gubbio del 1960 lo definisce un "organismo urbano unitario cui va riconosciuta la qualità di bene culturale". Un'opera d'arte abitata, insomma: come un corallo vivo. Di questi capolavori in Italia ne abbiamo circa 22.000: creati al tempo dei fenici, degli etruschi, dei greci, dei romani. Oppure medioevali, rinascimentali, barocchi e giù giù fino allo spartiacque della Grande Guerra. I nemici dei centri storici sono tanti. Il primo è lo spopolamento: nel 1971 il centro di Perugia aveva 15.000 abitanti, oggi 9.000; quello di Roma ne contava 358.291 nel 1951, 118.197 nel 2003. E poi la speculazione edilizia, le liberalizzazioni selvagge dei negozi, il turismo ossessivo (che umilia Venezia e prostituisce Firenze). L'abbandono della manutenzione ordinaria da parte delle amministrazioni, stroncate dalle leggi finanziarie degli ultimi vent'anni: il disastro è clamoroso a Napoli e a Palermo. La tragedia dell'Aquila è il culmine di uno sfascio diffuso. C'è un nesso tra il collasso della vita civile e politica e il collasso del patrimonio artistico. Per secoli, anzi per millenni, la forma dello Stato, la forma dell'etica, la forma della civiltà stessa si è definita e si è riconosciuta nella forma dei luoghi pubblici. È vero anche oggi, e questo è il problema: la sfida non è la ricostruzione materiale, è la ricostruzione civile.