Da Palermo. I balati ra Vucciria 'un s'asciucanu mai". I balati, le strade, della Vucciria non si asciugano mai. E invece, trentanove anni dopo l'opera di Renato Guttuso, quei balati sono secchi. Muto il mercato. Non si sente più il venditore di pesce spada, quello che offriva cavallino, l'altro che magnificava la bontà unica delle sue stigghiole. Scomparsi per sempre i mille colori dei venditori di verdure, dei fruttivendoli capaci di tagliare angurie gigantesche con un colpo solo di coltello, perse le meraviglie architettoniche delle piramidi di arance che i venditori componevano sui loro banchi. "Un narratore o un commediografo, davanti alla Vucciria, avrebbero materia di scrittura sino alla fine dei loro giorni", ha scritto una volta Andrea Camilleri. Ora quel narratore sarebbe sopraffatto dalla desolazione di palazzi transennati, mura fradice di pioggia e case pericolanti dove la vita che fu è raccontata da una selva di parabole arrugginite. É il destino del centro storico di Palermo. Trecento ettari di bellezze incomparabili, stili architettonici che si sono intrecciati e contaminati per secoli, la città disegnata dagli arabi che si mescola a quella pensata dai normanni, islam e cattolicesimo. Tutto questo era il cuore di Palermo. Ferito a morte dalle guerre, ucciso da anni di cattiva politica. Il centro storico della città, scrive Laura Azzolina in "Governare Palermo: storia e sociologia di un cambiamento mancato" è il simbolo del degrado e, peggio, del dispregio con cui era stata gestita l'edilizia dai governi Dc negli anni del sacco di Palermo, il centro storico presentava ancora agli inizi degli anni Novanta edifici cadenti e le rovine dei bombardamenti del Secondo conflitto mondiale". Vucciria, Capo, Albergheria, il degrado è qui, basta sfogliare le cronache cittadine per leggere titoli spesso ricorrenti che raccontano di crolli e morti. E rischia di non essere finita qui, visto che le case a rischio già accertato, secondo le stime del Comune, sono più di 250. La svolta rispetto agli anni del "sacco" della città, negli anni Novanta con la Primavera di Leoluca Orlando, quando il vecchio Piano di recupero varato nel 1979 fu sostituito da un impegnativo "Piano operativo di risanamento" finanziato con 25 miliardi di lire nel primo anno, 47 nel 1987, 65 nel biennio 1988-1989 e 70 nel 1990. Dal 1993 una nuova inversione con la definizione di un Piano particolareggiato di recupero affidato agli architetti Cervellati e Benevolo. "Fu la grande intuizione di Leoluca Orlando", dice Alberto Mangano, per anni assessore del Comune di Palermo, oggi consigliere comunale e presidente della Commissione urbanistica. "Con molte luci e tante ombre replica Ninni Terminelli, anche lui per anni consigliere comunale e oggi animatore di "Prospettiva politica" ma Orlando riuscì a smuovere un immobilismo che durava da anni anche con un forte collegamento con l'Unione europea. Poi, con il decennio di amministrazione del Pdl tutto si fermò. Cammarata smantellò l'ufficio Europa del Comune". L'obiettivo di Orlando era quello di riportare almeno 50mila palermitani nel cuore della città, ma dopo anni di piani e previsioni solo in 30mila vivono nel centro storico, in mille sono scappati nei dieci anni di Cammarata. "La spinta propulsiva delle prime giunte Orlando si è fermata in quel periodo", è l'analisi di Mangano. "Operavamo utilizzando le leggi regionali e i fondi Urban della Comunità europea, l'obiettivo era quello di risanare le case di riportare al centro le attività produttive e commerciali". Furono risanate chiese, recuperato il complesso di Sant'Anna, lo Spasimo, il Noviziato dei Crociferi. Ma oggi, in un periodo di crisi e di tagli feroci ai Comuni, come si fa a continuare l'opera di risanamento? "Dobbiamo puntare all'utilizzo di un teso-retto di almeno 15 milioni avanzati da bandi degli anni passati, ed in più convincere le cooperative sociali che operano in edilizia ad investire nel recupero di palazzi e appartamenti del centro storico. É una strada obbligata in una città dove le aree da destinare all'edilizia economica e popolare sono esaurite da tempo". "I balati ra Vucciria 'un s'asciucano mai" sopravvive solo come antico detto palermitano. La realtà, scrive la studiosa Teresa Cannarozzo, è che "il centro storico continua ad esprimere contemporaneamente valori e disvalori: elementi di eccellenza, estremo degrado, marginalità sociale ed economica; invadenza della piccola e grande criminalità; crescita esponenziale del valore commerciale degli immobili; appetiti speculativi palesi e occulti. In assenza di politiche pubbliche all'altezza della situazione".