GLI SPAZI COMUNI VENGONO PRIMA Per noi che viviamo nelle vecchie città italiane, è abbastanza consueto dire: «Vado in centro!». Ma provate a fermarvi con la macchina a Forth Worth, in Texas, e chiedete a un passante dov'è il centro. Vi guarderà stupito, senza capire. Infine, vi spedirà in un centro commerciale. Cosa c'è nel centro 'storico' delle nostre città? Ci sono i luoghi di tutti, quello che si chiamano gli «spazi pubblici»: la piazza, il palazzo del Comune (cioè comune, di tutti), la fontana, la chiesa. Quando fu fondata l'Aquila (quasi ottocento anni fa), lo Statuto comunale diceva che i singoli cittadini dei vari quartieri potevano farsi la casa, solo dopo aver costruito piazza, chiesa e fontana: le cose di tutti venivano prima delle cose private. Ed erano più belle. Oggi sembra tutto il contrario: sembra che alle cose di tutti non ci teniamo tanto, come se fossero di nessuno. Ma se ci pensate passiamo una gran parte della nostra vita nei 'centri' comuni: a scuola, sui mezzi pubblici, per strada. Allora può servire tornare a conoscere i 'centri' costruiti dai nostri padri. Noi pensiamo che le opere d'arte siano dei singoli gioielli che possiamo trasportare dove vogliamo. Ma i centri storici sono delle vere e proprie opere d'arte: più preziose della somma delle singole opere d'arte che contengono. Perché sono degli organismi viventi, dei libri da sfogliare, dei depositi di memoria: e sono anche abitati. Prendiamone uno meraviglioso, dove sono tornato pochi giorni fa: San Martino al Cimino, in cui (come accade ancora spesso) paese e centro coincidono. È a pochissimi chilometri da Viterbo, dopo l'ospedale (che è invece brutto in un modo terrificante: un enorme muraglia di cemento che spaccia un colle e un paesaggio). Nell'Europa del Medioevo (forse più unita della nostra) San Martino nasce intorno ad un pezzo di Francia piantato nella Tuscia: un'abbazia dei cistercensi di Pontigny. Ma il momento d'oro del borgo è il Seicento quando la cognata di papa Innocenzo X, Donna Olimpia Pamphilj, ne diventa principessa. La Pimpaccia (così la chiamavano i romani) non era proprio uno stinco di santo, ma porta a San Martino le migliori menti dell'arte romana: e il paese si trasforma in una specie di enorme Piazza Navona sperduta in campagna, con le sue fontane, le sue scale, il gigantesco palazzo Pamphili. E, certo, va vista l'abbazia con ognuno dei suoi capitelli, va visto il meraviglioso stendardo di Mattia Preti e molto altro ancora: ma a parlare davvero è ogni pietra, ogni grata, ogni getto d'acqua. Come tanti strumenti in un'orchestra. In questa primavera, fatevi portare dai vostri genitori ad ascoltare quelle strepitose orchestre che sono i nostri centri storici.