L'abbandono, il mostro, le rovine alle terme. Ora anche un cantiere, per il raddoppio del viadotto, è una nuova minaccia per la fonte e la chiesetta del Trecento PETRIOLO - Succede tutto intorno a una curva stretta della vecchia strada regia grossetana, subito dopo un ponte in pietra, «nel fondo di un cupo vallone». C'è un fiume, il Farma, con acque cristalline e fredde. Sulle sponde una sorgente getta nel fiume acqua termale caldissima, 42 gradi, qui dicono sicuri «la più calda d'Italia». Nel tempo, che è tanto perché di questa fonte parlano perfino Marziale e Cicerone, i depositi di calcare e zolfo hanno formato vasche naturali. Nel fiume l'acqua termale si mescola a quella fredda, e ognuno può scegliersi la sua temperatura ideale. Fregando con forza fra loro delle pietre scure si ottiene anche un prezioso fango. Intorno boschi straordinari. A pochi metri dalla sorgente, giusto quelli necessari ad attraversare il ponte o a fare quattro passi nel fiume, c'è una piccola chiesa, fatta costruire nel Trecento. Sotto gli archi a fianco della navata sinistra, sorretti da colonne di pietra, tre grandi vasche scavate per antichi bagni, anche quelli di un Papa, Pio II, che qui arrivò il 19 giugno 1460. La repubblica senese, per proteggere le terme e la chiesa che allora erano ben frequentate, fece costruire altissime mura, e divennero una sorta di castello termale che proprio per la visita del Papa fu abbellito e ingrandito. Questi cento passi intorno a una curva sono un buon riassunto della Toscana e dell'Italia: ci sono la natura, il benessere, la storia, l'architettura, il rinascimento. Purtroppo sono un riassunto di quello che buttiamo via. Tutto è infatti in stato di colpevole abbandono. La chiesetta è pericolante, le vasche «papali» si sbriciolano, le pietre del muro della chiesa sono in parte crollate, il pavimento esterno divelto. In rovina anche le gigantesche mura fortificate: ovunque cartelli rossi avvertono del pericolo di crolli. Un gruppo di cittadini cura da due mesi la sorgente: ha messo qualche bidone per la spazzatura, costruito un tavolo, portato qualche pancale industriale. E meno male che ci sono loro, che puliscono e fanno qualche piccolo lavoro, e denunciano. «Facendo il giro per raccattare la sporcizia lasciata dai vandali, ho trovato una bottiglia di birra rotta e cercando di raccattare tutti i vetri mi sono anche tagliato. Vaffanculo pezzi di merda, se ci metteva il piede sopra un bambino se lo portava via». Ma basta guardarsi intorno per capire che negli anni le amministrazioni pubbliche non hanno fatto nulla. L'acqua arriva con tubi di plastica buttati per terra fra le vasche di zolfo, non c'è un gabinetto e neanche un parcheggio. Fino a due anni fa era diventato centro di ritrovo di un gruppo di punkabbestia, che si accampavano nel bosco vicino e poi venivano qui: le famiglie erano fuggite. Adesso nel bosco ci sono gli hippy, almeno non danno noia a nessuno. Arrivano alla sorgente, montano i banchetti con le collanine, suonano la chitarra. La notte però c'è il problema dei rave: l'ultimo a metà febbraio. Sono dovuti intervenire i carabinieri, undici le denunce. A cento metri, negli anni Novanta, al di là delle storiche fortificazioni, Comuni e Provincia di Siena hanno costruito le «nuove terme»: un orrore in cemento armato, gigantesco, rimasto incompleto perché nel frattempo sono finiti i soldi e soprattutto l'Inps non paga più i quindici giorni alle terme. Così, visto dalla strada, sembra la sede di una Asl, visto dal fiume uno di quei mostri abusivi che di solito dopo numerose battaglie legali vengono abbattuti. La storia di Petriolo è quella di una catena di errori. Il primo è negli anni Settanta, quando la Lloyd Assicurazioni acquista tutta la proprietà di Petriolo. Le terme sono gestite, male, da una signora, Quintilia Ordini. Tanto male che nel 1978 (la signora benché avesse venduto aveva continuato a gestirle) la Regione Toscana revoca la concessione. A questo punto avviene il disastro. Perché la Llyod chiede per sé la concessione, e i Comuni della Val di Merse e della Val d'Elsa insieme alla provincia di Siena (che nel frattempo avevano costituito una società) anche. Chissà cosa li mosse: la paura del Grande Privato, la speranza di far soldi con le cure allora pagate dallo Stato. Fatto sta che la Regione concede a loro la concessione, e loro poi firmano un accordo con la Lloyd che nel frattempo costruisce una spa in cima alla vallata con la quale si impegnano a cedere un terzo dell'acqua. Ma non si fanno dare in gestione le terme vecchie, la chiesetta trecentesca, le antiche mura. Preferiscono un pezzo di terra dove costruire il nuovo stabilimento. Nel 1983 parte il progetto, nel 1987 si comincia a costruire, nel 1990 il cantiere viene bloccato dalla Soprintendenza ma poi di nuovo sbloccato due anni dopo. Fra concessioni edilizie che scadono, fondi regionali che decadono, leggi sanitarie che cambiano, quando i lavori del nuovo stabilimento possono ripartire non ci sono più i soldi e neanche i clienti. Un miliardo e quattrocento milioni sono stati spesi, il risultato è uno scheletro di cemento armato. Dopo ventitré anni, se guardi dal fiume, lo scheletro è ancora lì, perché poi il nuovo stabilimento nel 1998 viene finito e inaugurato, ma non tutto. Il piano terra è ancora da fare, oggi. Però, in barba alla legge sul conflitto di interessi, l'ex sindaco di Monticiano è oggi il presidente della società, una partecipata con il 96 di capitale pubblico. Ha fatto in tempo a difendere i pubblici interessi dei cittadini rinnovando la concessione alla società che oggi dirige. Se il primo errore è la paura del privato, e l'incapacità delle amministrazioni pubbliche di avere con lui un rapporto, il secondo forse è ancora più grave. Perché Petriolo è la dimostrazione che non sono gli italiani a pensare che quello che è pubblico debba per forza essere abbandonato o non curato. Sono i Comuni, o le Province, o le Regioni a praticarlo. Non si spiega in altro modo l'abbandono di questo riassunto dell'Italia: tutti a pensare all'orribile nuovo stabilimento di cemento armato (ora addirittura ad ampliarlo), e a nessuno che sia venuto in mente in decine di anni di curare quella manciata di metri pubblici fatta di natura, arte e storia per renderli piacevoli e sicuri a chi li frequenta. Ma gli enti pubblici non si dovrebbero occupare appunto dei beni pubblici? Qui no, ed è andato avanti così fin quando, pochi mesi fa appunto, un gruppo di cittadini ha pensato bene di far da se e ha fondato Gli amici dei Bagni di Petriolo (li trovate su Facebook). Il terzo errore infine è di questi giorni. Il cantiere del nuovo viadotto della Siena-Grosseto passa proprio da qui, a tre metri dalla sorgenti, a ridosso della chiesetta. Già le reti rosse dei lavori delimitano la strada che i grandi camion percorreranno avanti e indietro. Cosa alla fine resterà nessuno può dirlo. Italia Nostra ha già lanciato l'allarme. Le sorgenti se ne vanno per molto meno, le chiesette o le mura pericolanti anche. Già negli anni Novanta una falla nel pozzo della sorgente aveva ridotto la portata da 45 litri al secondo a 8. Tutta la zona è piena di cartelli rossi con scritto «Pericolo crolli». Peraltro, i crolli ci sono anche, e si vedono bene.
Corriere della Sera
5 Maggio 2013
IL REPORTAGE A Petriolo c'era un tesoro, così si butta via la Toscana
EU
Eugenio Tassini
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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Polvere di archistar (voluti e fatti fuori)
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