La battaglia contro il degrado urbano, cui anche il Corriere ha aperto le sue pagine bresciane, va evidentemente oltre il piano estetico, per investire le ragioni profonde della convivenza civile. In tal senso quello del graffitismo è un tema emblematico. Come sappiamo, la spray-can art è una manifestazione culturale assai diffusa, che sceglie gli spazi urbani come luoghi dell'espressione della propria creatività. Si presenta oggi come un fenomeno assai articolato, che si è venuto sviluppando attraverso il dialogo con altre manifestazioni artistiche, dal design alla grafica, dalle tecniche pubblicitarie alla moda. Non è facile classificare il graffiti writing. Nato dalla sottocultura dei ghetti americani nel corso degli anni Settanta, ha conservato nel tempo la sua spinta antagonistica, tanto che gli sforzi per arginarlo intrapresi dalle autorità americane si sono rivelati vani. Le recinzioni dei depositi del metrò, le unità cinofile, le sanzioni sempre più pesanti non hanno ottenuto che di aumentare la sfida delle tribù metropolitane. Indubbiamente i colorati ghirigori che ravvivano realtà degradate di periferia aggiungono una vivace nota estetica a un mondo dominato da altre più indifferenti logiche. Ma il tag sul monumento è solo vandalismo. Nel mezzo tra questi estremi si colloca una serie di esperienze, sulle quali il dibattito è aperto da tempo. Fin dove ha diritto di spingersi la creatività individuale? Certo si possono imbrattare o deturpare i muri senza impegnare le ragioni estetiche, che invece sono richiamate in primo piano dai writer urbani. Il graffito una dimensione artistica deve pur possederla, se vuole distinguersi dal puro sfregio. Ma il problema non riguarda tanto la natura dell'oggetto, che può più o meno rientrare entro i domini dell'estetico. Il problema riguarda il diritto della collettività di decidere quando e dove desideri venga posizionata quella che, nel migliore dei casi, possiamo considerare un'opera d'arte. I confini della libertà artistica del graffitaro si estendono fino a quando non entrano in conflitto con i diritti della società civile di decidere liberamente cosa debba figurare sui muri della città: insegne luminose, affissi pubblicitari e, appunto, graffiti. Se ho piacere di ammirare le creazioni della street art, posso recarmi negli appositi spazi in cui essa può liberamente esercitarsi. Difficilmente l'intonaco di casa mia appena rifatto o le piramidi trasparenti della nuova metropolitana di Brescia figureranno tra le sedi che la comunità civile riterrà di assegnare alla vena ispirata degli artisti della bomboletta. In questi casi l'esercizio di una forma di libertà si riconverte nell'esercizio di una forma di prevaricazione. Quanto alla furia imbrattatrice dei tag, le firme che i writer intrecciano un po' ovunque con ossessiva compulsività, o tag bombing come si dice in gergo, essa ci parla più di disagio psicologico che di storia dell'arte. È un bene che i singoli e i gruppi possano lasciare qua e là i propri segni di riconoscimento. Ma che l'intera collettività possa riconoscersi nel decoro della città in cui abita è un bene ancora più grande.
La prepotenza dei graffitari
La battaglia contro il degrado urbano è un tema complesso che va oltre il piano estetico. Il graffitismo è una manifestazione culturale diffusa che sceglie gli spazi urbani come luoghi dell'espressione della propria creatività. Il graffiti writing è nato nella sottocultura americana negli anni Settanta e ha conservato la sua spinta antagonistica. Le autorità hanno tentato di arginarlo con recinzioni e sanzioni, ma ciò ha solo aumentato la sfida. Il tag sul monumento è considerato vandalismo, mentre le esperienze di writer urbani che creano opere d'arte su muri sono più complesse.
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