«Si ricorda il Pongo? Ci si giocava da bambini». Come no. «I primi giorni facevamo tante palline, una rossa, una gialla, una blu. Dopo una settimana avevamo impastato un'unica palla marrone, somma di tutti i colori. Ecco, culturalmente Milano oggi è una città di Pongo». Philippe Daverio, l'uomo dai tanti mestieri, già assessore alla Cultura nella Milano leghista post Mani pulite, sfotte con garbo. Per Guido Rossi, dopo la vicenda Scala Albertini dovrebbe dimettersi. «Ma no, il sindaco fa benissimo il suo mandato: delegato da una città acefala a gestirla in modo acefalo. A tanti milanesi non frega niente della cultura. La città oggi è incolta, e il sindaco ne è l'espressione». Non starà esagerando? «Milano ha le sue esperienze di punta: l'Adelphi, l'editoria, i designer, una parte della moda, Miuccia Prada, la comunicazione. Ma sono in minoranza. Energie sotterranee in una palla di Pongo. La maggioranza pensa che i soldi alla cultura siano inutili. Al massimo c'è un interesse di tipo espiatorio: i milanesi all'improvviso vanno tutti all'Hangar Bicocca, si eccitano alla mostra di Kiefer, che a Berlino non conta più nulla. Non possiamo perdere le torri di Kiefer, perorava l'assessore Carrubba, che prima voleva fare il Museo di arte contemporanea ai Gasometri. E chi l'ha mai visto? Che cosa fa il curatore, Jean-Hubert Martin, stipendiato dal Comune per un museo che non esiste? Che ne pensa, tra l'altro, la Corte dei conti? E il Museo del Novecento all'Arengario, da quanti anni se ne parla?». Stefano Zecchi chiamato a far l'assessore senza budget. Ha fatto bene ad accettare? «Ha fatto male. Non vai a fare l'assessore se non puoi operare». Della imbarazzante vicenda Scala che idea si è fatto? «Negli ultimi vent'anni la produzione teatrale della Scala non ha lasciato tracce di rilievo. L'orchestra è molto buona, Muti è un eccellente direttore, ma l'opera è altro: regia, scene, voci. La Scala non ha Visconti, Grassi, Strehler, non crea nulla di innovativo: c'è più creatività a Pesaro, a Napoli, dove ho visto registi giovani e geniali. Quanto all'operazione restauro, è stata seguita dal vicesindaco De Corato, che viene dalla destra sociale e detestava la parola Scala, si è battuto perché non si facesse nulla, e poi è stato costretto a occuparsene. Fuori da ogni trasparenza. Ora i nodi vengono al pettine». Un pasticcio politico e istituzionale. Dove sta il vulnus? «La Scala è un'idrovora di denaro pubblico dove decidono pochi privati in rappresentanza di quote marginali. A Confalonieri piace tanto la Filarmonica. Ma questo Bruno Ermolli: vuoi comandare a Milano? Si faccia votare. La Scala è l'opposto di Robin Hood: togliere ai poveri per dare ai ricchi». E il bisticcio su chi incarna la cultura riformista? «Il riformismo è il crogiolo degli equivoci. Tutti sono liberali, tutti sono riformisti, dagli ex fascisti agli ex Pci. Il riformismo era ed è una delle patologie milanesi».