ROMA Eccellenza e limiti della cultura in Italia, dal punto di vista dell'economia e della finanza, ma anche della legislazione e delle politiche culturali, della gestione e fruizione dei beni e dei prodotti: l'ultimo «Rapporto sull'economia della cultura in Italia 1990-2000», presentato ieri a Roma alla presenza del Ministro Giuliano Urbani, raccoglie una quantità enorme di materiale e di dati. Il risultato, grazie al contributo dei curatori Carla Bodo e Celestino Spada, è un monitoraggio pressoché esauriente delle dinamiche della cultura in Italia, intesa nella sua più ampia accezione, dai beni culturali allo spettacolo, dagli audiovisivi all'editoria. Ricaviamo qualche spunto dalla mole di dati: nel decennio in questione il settore culturale ha registrato una crescita del 2,3 per cento, sostenuta soprattutto dai beni artistici, assai meno dall'industria di audiovisivi ed editoria, che si assesta agli stessi livelli del Pil, 1,6 per cento. Quanto alla provenienze degli investimenti, con sorpresa le risorse pubbliche sono cresciute più di quelle private, un 40 per cento contro un 30 per cento, soprattutto grazie all'intervento di province e comuni, assai più dinamici di regioni e Stato. Il settore privato è frenato dal deludente incremento dei consumi delle famiglie, appena un 8,6 per cento, mentre la parte del leone la fanno gli investimenti pubblicitari, e il nuovo mecenatismo svolto dalle fondazioni bancarie. Il ministro Urbani ha precisato che dal 2000 ad oggi «molte cose sono cambiate in meglio in quanto a sensibilità verso le problematiche culturali e a crescita della domanda. Gli investimenti pubblici hanno tenuto, mentre occorrono più investimenti da parte del mondo privato», anche se, dichiara «nel 2004 sono aumentate dell'11,7 per cento le erogazioni liberali dei privati in favore della cultura. Dai 14 milioni di euro del 2002 si è passati ai 19 nel 2004», merito della norma che consente la piena deducibilità delle erogazioni dal reddito. In più nel disegno di legge sulla competitività, attualmente in esame al parlamento, è prevista una norma che, se approvata, consentirà anche alle persone fisiche e agli enti non commerciali di beneficiare della deduzione. «In questo modo - dice ancora Urbani - anche in Italia potrà prendere piede la filosofia del mecenatismo». I settori che più hanno beneficiato degli interventi privati sono i grandi enti lirici e le istituzioni musicali, come la Scala, L'Arena di Verona, l'Accademia di Santa Cecilia e la Fenice di Vene-zia.Rispetto agli anni 90, è rimasto preoccupante il gap tra nord e sud, dovuto al calo della spesa nelle regioni meridionali. Musei, mostre e monumenti sono state fonte delle maggiori soddisfazioni. Inoltre, nonostante la valorizzazione quantitativa e qualitativa del nostro patrimonio museale, dai grandi restauri al rilancio dell'arte contemporanea, la domanda di cultura risultava cresciuta di poco, mentre lo spettacolo dal vivo vedeva un aumento di risorse del 20 per cento, grazie al dinamismo dei comuni e agli interventi privati, ma un calo di spettatori. L'industria culturale cresceva più per gli investimenti pubblicitari che per i consumi, mentre la carta stampata soffriva di un calo di vendite del 21 per cento. Dal 2000 a oggi ci sono però stati cambiamenti positivi: ad esempio nella stampa la diversificazione dell'offerta ha portato a un grande successo la formula libro più giornale, come ha sottolineato il presidente della Fieg Boris Biancheri. Ma anche nel settore dello spettacolo si prevedono novità: il Parlamento sta approvando nuove regole per la contrattazione nel campo delle fondazioni liriche. Il Ministro ha ricordato l'impegno degli ultimi anni per reperire nuove forme di finanziamento. Alla fine l'ottimismo prevale, anche perché, conclude Urbani: «Dobbiamo migliorare l'organizzazione dell'offerta culturale, ma nel campo della qualità abbiamo elevatissimi livelli di competitività».