Non si sanno i motivi per cui si sono associate nel governo Letta le competenze ministeriali per il turismo a quelle per i beni e le attività culturali. Certo lo si dovrà alle ragioni, ricorrenti nel formare i governi, di compensazione tra le componenti della maggioranza nella distribuzione degli incarichi ministeriali. Ci si voleva limitare a 18 ministri, come con Monti. Poi quelle esigenze di compensazione hanno spinto il numero dei ministri a 21. Nominando anche un ministro per il turismo, si sarebbe giunti a 22, cioè ancora di più che 18 ministri. Inoltre, si sarebbe pure ristretto lo spazio per le nomine di viceministri e sottosegretari (fino a pochi anni fa c'erano solo sottosegretari). Dal 2008 la legge fissa, infatti, a 63 il numero complessivo dei componenti del governo. Con 2 sottosegretari già designati, Letta ha dovuto per ciò limitare a 40 le nomine per completare il suo governo. Quali che siano i motivi dell'accoppiamento fra turismo e cultura, si può, comunque, ritenere che l'accoppiamento offra qualche svantaggio, ma anche qualche vantaggio. Prescindiamo, invero, del tutto dalle riserve sulla scelta del ministro (che è, come si sa, Massimo Bray). Prescindiamo da ciò sia per ragioni di ordine generale che non è difficile intendere, sia perché, formato il governo, l'importante diventa l'operato dei ministri, ed è alla irrecusabile prova dei fatti che essi vanno poi giudicati e più o meno apprezzati. E, ovviamente, il nostro augurio è che il ministro Bray, nell'interesse generale del paese, superi brillantemente la prova. Lo svantaggio dell'accoppiamento di turismo e cultura è che esso potrebbe far pensare che si sia ritenuto il turismo culturale l'elemento più importante del settore turistico. Potrebbe essere bello, se fosse così, ma così non è, come tutti sanno. E, d'altra parte, è certo fisiologico, ed è quindi anche un bene, che così non sia, perché varia e molteplice è la spinta vitale dell'uomo, e, nel considerare le sue manifestazioni a livello sociale, questa varietà e molteplicità vanno contemplate e rispettate. Il vantaggio è che in Italia il nesso tra cultura e turismo non ha ricevuto finora tutta la meritata attenzione e considerazione. Si tratta di un nesso in continuo sviluppo in tutte le società moderne. Sarà in parte l'effetto di quel conformismo comportamentale che è normale in ogni vita sociale, e in specie nelle fasi di trasformazione e di sviluppo. Nella «grande società», nella affluent society, nella società del benessere, se non dell'opulenza, che in Occidente si è sviluppata nel corso del '900, si sono ovunque registrate la diffusione dell'istruzione, una intensificata domanda di cultura (anche per l'azione dei mass media), le tanto cresciute possibilità di informazione, sollecitazione e movimento proprie del nuovo tenore e stile di vita. Visitare un museo o conoscere i principali monumenti e testimonianze archeologiche del passato non sono più cose di ristrette élites. Sono largamente passate nel costume a ogni livello della società, e vanno apprezzate anche se fossero dovute solo al conformismo dei nuovi modelli sociali. Fate come se foste credenti, diceva un grande spirito, e potete diventarlo quando meno lo pensate. E altrettanto si deve dire per la cultura nel costume al quale accenniamo. Più che comprensibile sarà, peraltro, che il ministro Bray dedichi ogni cura al nostro enorme patrimonio culturale, ricco di problemi grandi e piccoli di ogni genere in atto e in prospettiva. Pensiamo, però, che non ometterà di considerare con premura anche il nesso turismo-cultura, dando finalmente ad esso un inizio di assetto soddisfacente. Proprio nel Mezzogiorno fu affacciato, trent'anni fa, un progetto di itinerari turistico-culturali, poi ben presto abbandonato. È un esempio di quel che si può fare, e che sarebbe di uguale interesse per tutte le parti del paese, ma soprattutto per il Mezzogiorno, dove tutto è più difficile, come certo ben sa il salentino ministro Bray (e ben sa anche il campano Vincenzo De Luca, ora viceministro a infrastrutture e trasporti, che col turismo, e con la cultura, hanno tanto a che fare).