Il Cai: non si esageri, ma sono la storia MILANO Una è in cima al Monte San Primo, nel triangolo lariano; una sul Monte Tremezzo, sopra il lago di Como; ancora un'altra sul Cimon della Bagozza, nelle Prealpi bergamasche. E la più antica, che risale al 1600, è quella piantata sulla guglia del Pizzo d'Erna sopra Lecco. Storiche o meno storiche, di pregio e non, di metallo o di legno, sono centinaia le croci issate sulle vette lombarde e migliaia quelle nel resto d'Italia. Croci che si sono moltiplicate nel corso dei decenni. «Sono diventate troppe. Ecco perché bisogna dire basta», avvertono gli ambientalisti della onlus Mountain Wilderness. La loro, sostengono, è una battaglia per la salvaguardia del paesaggio alpino. Una sfida sottoscritta anche da altre associazioni: Wwf, Italia Nostra, Amici della Terra, Comitato per la bellezza. Perché, come da tempo ripete anche Reinhold Messner, «Le montagne sono un simbolo divino, non hanno bisogno di emblemi religiosi». Ma sullo stop invocato dagli ambientalisti, così come sulla loro richiesta «di regole precise, di maggiore sobrietà, di rimozione di tutte le opere sovradimensionate e ingiustificabili», si scatena la polemica. Era già accaduto nel 1998. Allora lo scontro scoppiò sull'Adamello, dove fu installata una croce di granito, alta 3,5 metri, dedicata ai 20 anni di pontificato di Giovanni Paolo II. Uno scontro ripetuto nel 2005, per una statua di Buddha messa al posto di una croce sul Pizzo Badile a 3.308 metri. «Quella fu una provocazione», ripete Jacopo Merizzi, artefice, insieme a un pugno di guide alpine valtellinesi, di quel gesto. «Non volevamo mancare di rispetto a nessuno». E aggiunge: «Purtroppo il nostro Buddha in ceramica, alto un metro, ha resistito solo 3 anni. Poi è stato scaraventato giù dalla vetta. Che siano stati dei fondamentalisti cattolici?» si interroga fra il serio e l'ironico Merizzi. Al di là delle provocazioni, resta l'appello lanciato da Mountain Wilderness a Regione, Province e Comuni, perché elaborino «un codice di comportamento per la tutela del paesaggio montano». Gli ambientalisti sostengono che la loro non è una crociata anticristianesimo, ma un freno alle «aggressive convinzioni religiose di chi vuole marcare il territorio». Una tesi che lascia perplesso il milanese Lorenzo Revoiera, socio benemerito del Cai: «Sono d'accordo che non bisogna esagerare con targhe e immagini di santi. Ma le croci sono la nostra storia, sono un segno di consacrazione delle vette, sono un simbolo del sentimento religioso della gente di montagna».