Investimenti privati in calo e uno stato sempre più mecenate. Un valore aggiunto che cresce malgrado la sterzata dei finanziamenti. Beni culturali e spettacoli che tirano e audiovisivi ed editoria col fiato corto. È un ritratto pieno di contraddizioni quello emerso dal secondo Rapporto sull'economia della cultura in Italia 1990-2000, promosso dall'Associazione per l'economia della cultura presentato ieri a Roma. Negli anni 90 lo sviluppo del settore è stato generalmente sostenuto, con un 2,3 del valore aggiunto, superiore a quello del pil nazionale (1,6). Da notare, tuttavia, un significativo rallentamento rispetto al decennio precedente dell'incremento reale delle risorse (quasi 47 mila miliardi di lire, 33 contro un passato 90) e una decisa inversione dei ruoli tra chi ha erogato gli investimenti. Contrariamente a quanto avvenuto negli anni 80, infatti, nel decennio analizzato dal Rapporto la dinamica dei finanziamenti pubblici è risultata molto più accentuata di quella del settore privato e del mercato. Per quanto riguarda l'andamento delle singole voci di comparto si è registrato un forte divario tra beni culturali e spettacolo (3,6, con i primi in forte sviluppo) e le industrie, cresciute soltanto dell'1,6, queste ultime all'insegna di un rigido duopolio Rai-Mediaset che ha ostacolato la formazione di altre imprese nazionali per radio e tv e di un calo di lettori che ha reso sempre più deboli le imprese dell'editoria. In breve, se le attività più tradizionali relative al patrimonio artistico e allo spettacolo dal vivo (là dove è più alta è l'incidenza del sostegno pubblico) manifestano una crescita sostenuta, il fronte industriale, nel 2000, vede l'assenza quasi totale di imprese italiane nel disco, nel video, nel cinema e nei videogiochi. I sostenitori. Tra il 1990 e il 2000 le risorse complessive affluite nel settore culturale sono ammontate a 24 miliardi di euro. Circa 6,4 miliardi di euro sono stati erogati dallo stato e dalle amministrazioni locali, con un incremento del 40 rispetto al decennio precedente. Assai inferiore, invece, l'incremento delle risorse private (30), che hanno raggiunto, nel 2000,17,6 miliardi di euro. All'interno della spesa pubblica per la cultura i più propensi ad aumentare gli investimenti sono stati le province (i cui pagamenti, pur esigui, sono più che raddoppiati) e i comuni (60), che hanno inciso nel 2000 per quasi un terzo sul totale. Assai meno dinamici, invece (30), i pagamenti delle regioni e dello stato, la cui quota di spesa, un tempo maggioritaria, è ormai scesa al 50. Nell'ambito del privato, invece, sono state le pur ridotte erogazioni liberali (grazie al nuovo ruolo delle fondazioni bancarie) e le sponsorizzazioni a crescere di più. La pubblicità ha proseguito la sua corsa (65,4), sia pure a un ritmo inferiore rispetto al passato decennio, mentre i consumi delle famiglie hanno segnato il passo (8,6) con la punta negativa dell'editoria giornalistica che ha perduto il 21 dei lettori. Gli squilibri territoriali. Fra i punti più critici messi in rilievo dal rapporto anche l'ulteriore accentuarsi degli squilibri geografici. A un foltissimo dinamismo, negli anni 90, delle risorse erogate alla cultura da alcune regioni del Centronord (Piemonte, Umbria, Marche) è corrisposto un ulteriore calo in regioni dell'Italia meridionale pur ricche di patrimonio e talenti (come Campania e Puglia), dove si è aggiunto anche un apporto più latitante di imprese e fondazioni bancarie. Ancora, i cittadini delle regioni autonome alpine del Settentrione spendono pro capite 20 volte di più di quelli della Campania: una sperequazione che si riflette anche nei livelli di consumi audiovisivi e negli indici di diffusione dei quotidiani e di vendita di libri, nel Meridione ancora inferiori a quelli già esigui delle altre aree del paese. Un'industria tutta straniera. Il mercato italiano degli audiovisivi continua a essere sottodimensionato rispetto a quello degli altri paesi europei, mentre resta su alti livelli la quota in mano alle conglomerate multimediali internazionali. Nel 2000 il comparto della musica registrata è risultato per un terzo francese, un quinto tedesco e un sesto inglese, con le majors in grado di muovere il 90 del giro d'affari (nel '90 era il 63). Il mercato di video-dvd nel 2000 è risultato per metà francese e tedesco e un quarto britannico e le prime cinque majors hanno raccolto i due terzi degli incassi. Nel cinema i film Usa muovono fra il 46,7 e il 70 degli incassi totali annui, mentre le pellicole italiane tra il 17,3 e il 32,9. Infine nel settore dei videogiochi l'Italia è del tutto assente. Tra i principali aspetti della crisi dell'industria degli audiovisivi la cessione nel '93 della Ricordi (principale casa discografica italiana) a Bmg, il passaggio nel '99 di Fonit-Cetra dalla Rai a Warner e la difficoltà nel 2000 del gruppo Cecchi Gori. L'editoria in crisi. L'editoria giornalistica cresce poco (2,4 a valori costanti 2000) rispetto al 1990. Sono aumentati gli introiti pubblicitari (37,8), mentre quelli da vendita cedono un quinto del mercato (-21). Nel 1990 a quotidiani e periodici andava il 37,2 della spesa delle famiglie; nel 2000 solo il 27,1. A tutto ciò si accompagna anche un arretramento della pubblicità (nell990 rappresentava il 45,7 del totale degli investimenti, nel 2000 il 38,1), la maggiore risorsa dell'industria giornalistica (49), seguita dalle vendite (43) e dai contributi statali (F8, una misura senza uguali in Europa). Buono il bilancio dell'editoria libraria, con un incremento sul 1990 del 14,9 delle vendite al pubblico, unica sua fonte di ricavi. Le conflittualità. Nei settori tradizionali come i beni culturali e lo spettacolo un fattore di debolezza è rappresentato dalla forte conflittualità emersa fra stato e governi locali, un'opposizione secondo il Rapporto ancora oggi ampiamente irrisolta a causa del persistente stallo del processo di decentramento. Se i beni culturali vedono, così, una fase di notevole sviluppo, grazie al sostegno determinante dello stato, per quanto riguarda gli spettacolo dal vivo (musica, teatro, danza) sono i comuni a svolgere un ruolo sempre più rilevante a compensazione del forte calo delle erogazioni centrali (-29 nel decennio), con un investimento nel 2000 superiore del 70 rispetto al 1990. Dai privati 19 milioni nel 2004 C'è tutto il Gotha dell'imprenditoria italiana e del mondo creditizio tra i mecenati dell'arte italiana. Secondo i dati diffusi ieri dal ministro per i beni e le attività culturali Giuliano Urbani, le erogazioni liberali di privati in favore della cultura sono aumentate, nel 2004, dell'11,7, passando dai 17 milioni complessivi del '93 ai 19 milioni di euro dello scorso anno. A godere degli effetti della norma che consente la piena deducibilità dal reddito d'impresa delle erogazioni liberali nel settore dei beni culturali e dello spettacolo sono stati gruppi bancari come Banca Intesa spa, Banca nazionale del lavoro, Banca popolare di Milano, Banco popolare di Verona e Novara, Banca popolare Adriatico, Banca popolare di Ancona, Unicredito Italiano, Sanpaolo-Imi spa, Cassa di risparmio di Parma e Piacenza e Cariprato. Tra i gruppi imprenditoriali, in pole position tra i big spender Telecom Italia, Pirelli, Enel, Lottomatica, Hopa, Trussardi G.R.H., T.R.S. Evolution, Pitti Immagine, Esselunga, Elah Dufour, Fineldo, A.C.R.A.F., Ferrovie delle stato, Metropolitana di Napoli spa e Assicurazioni Generali.