Sul tema della produttività italiana, capita di ascoltare nel dibattito corrente due voci discordanti. Una è quella espressa, tra gli altri, dal capoeconomista del Fondo monetario internazionale Olivier Blanchard, convinto che un nodo da risolvere con urgenza nell'economia italiana sia la produttività che cresce poco da troppo tempo. L'altra voce è quella di alcuni analisti e opinionisti che sostengono ci si debba preoccupare oggi non della produttività ma della disoccupazione, e che quest'ultima aumenterebbe con le razionalizzazioni industriali e dei servizi volte ad ottenere maggior produttività. Chi ha ragione? In realtà, ci si riferisce almeno in parte a due diverse definizioni di produttività, a piani diversi anche se interrelati. È opinione consolidata che nel medio termine la produttività nelle società avanzate dipenda ormai in larghissima parte dallo sviluppo della "conoscenza". In questo caso, più produttività uguale più occupazione perché nell'area dove questo sviluppo si realizza si produce di più e meglio, si crea un vantaggio competitivo per nuove merci (beni o servizi che siano), si espandono i settori i cui prodotti il mondo richiede. Tutti i fattori produttivi vengono beneficiati da queste dinamiche, e tutti i redditi da produzione (rendite escluse!) tendono ad aumentare. Si tratta della cosiddetta Produttività totale dei fattori (Ptf), che in Italia ristagna da troppo tempo: nei 12 anni prima della crisi è diminuita dello 0,14 in media annua, mentre aumentava anche di 2 o 3 punti l'anno in tutti gli altri Paesi Ue eccezion fatta per la Spagna (-0,18). L'aumento della Ptf è favorito dall'innovazione, dal progresso tecnico, dall'introduzione di nuovi beni e servizi, da buone istituzioni e giusti incentivi per gli attori economici. Ma la produttività del lavoro (Pl), soprattutto nel breve periodo, può aumentare per tutt'altri motivi. Se si contraggono settori a bassa produttività media (è il caso ad esempio dell'edilizia) oppure si ristrutturano le imprese per ottenere gli stessi volumi di produzione con minor impiego di mano d'opera, accade che maggior produttività media corrisponda a maggior disoccupazione. Ad esempio, in Spagna la produttività del lavoro è aumentata fortemente dopo la crisi, mentre la produttività totale dei fattori peggiorava dopo la crisi. La contrazione dell'edilizia e il forte aumento della disoccupazione attorno al 25 della forza lavoro spiegano queste dinamiche: c'è in media più capitale per addetto e la produttività del lavoro (rimasto!) cresce. In Italia, almeno fino al 2010, la Pl era ancora diminuita, di pari passo con il calo della Ptf e il contenimento della disoccupazione. Se sarà aumentata nel 2012, purtroppo, non sarà una buona notizia perché questo dipenderà in gran parte dai licenziamenti, e non da investimenti in capitale tangibile o intangibile o dall'accumulazione di "conoscenza". Un'altra fonte di confusione riguarda il nesso tra i settori più esposti alla concorrenza globale e quelli meno esposti. Nei primi, industria, servizi alle imprese, e altri servizi ormai globalizzati, l'aumento della produttività del lavoro è indispensabile per confrontarsi con i produttori esteri, a meno di tornare a un "magnifico" isolamento che all'Italia non ha mai portato bene. La stasi della Ptf almeno dal 1995 ha deteriorato nel profondo la competitività dell'industria italiana che all'esplodere della crisi globale si è scoperta più vulnerabile. Ma sarebbe illusorio pensare che il mercato interno possa nel medio termine sostenere l'industria: remano contro la nostra demografia, tecnologia e distribuzione del reddito. Difficile, quindi, ritenere che con il processo di selezione in atto l'industria possa contribuire all'aumento dell'occupazione nei prossimi anni. Discorso diverso per altri settori poco esposti alla concorrenza, dai servizi alla persona a quelli culturali al turismo: qui l'occupazione può crescere anche perché il vincolo della produttività è meno stringente. A patto però di non invocare un contributo della domanda pubblica irrealistico, ma di costruire nuovi modelli di offerta e domanda a cavallo tra mercato, no profit e sussidiarietà.
La conoscenza può sostenere la produttività e l'occupazione
L'economia italiana è caratterizzata da una bassa produttività totale dei fattori (Ptf) che non è aumentata da troppo tempo. Questo è dovuto a una combinazione di fattori, tra cui la stasi della Ptf, l'aumento della disoccupazione e la contrazione di settori a bassa produttività media. Alcuni analisti sostengono che la produttività del lavoro (Pl) possa aumentare nel breve periodo, ma questo potrebbe corrispondere a un aumento della disoccupazione. L'industria italiana è particolarmente vulnerabile alla concorrenza globale e la stasi della Ptf ha deteriorato la sua competitività. Tuttavia, altri settori come i servizi alla persona e quelli culturali possono crescere anche se il vincolo della produttività è meno stringente.
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