I confini dello Stato italiano si fermavano in una strada che il Comune di Palermo aveva burocraticamente contrassegnato con una sigla e un numero, CI 21. Al di là di quella frontiera s'era incistata un' altra nazione che aveva fatto valere le sue leggi, comprato e venduto terreni, abbattuto agrumeti, tracciato strade, eretto muri e cancelli, autorizzato costruzioni, realizzato reti idriche ed elettriche. Cruillas, Italia, era una distesa di aranceti quarant'anni fa, quando la vecchia mafia e i suoi uomini insediati a Palazzo delle Aquile decisero che la nuova Palermo sarebbe sorta li e non sul mare. Perché lì c'erano terreni da comprare a due lire, con le buone o con le cattive, e trasformare in vialoni e palazzi, guadagnandoci miliardi e potere. Nacque così quell'incubo urbanistico popolato di stradine e casermoni, intrichi di cortili e vicoli ciechi. Intanto col terremoto radeva al suolo i vecchi mandamenti, completando il lavoro delle bombe alleate, e l'esodo biblico veniva con cura indirizzato verso i quartieri satellite sorti nel giro di pochi mesi. Così pochi da non permettere di concepire nomi più fantasiosi di Borgo Nuovo, Cep o Zen. Trent'anni dopo, passate repubbliche, appassite primavere, cambiati sindaci, tracciati e vanificati piani regolatori, gli agenti di polizia municipale hanno cercato gli ultimi aranceti di Cruillas varcando la frontiera di via CI 21. E hanno scoperto, al posto degli alberi, una città nella città, un'enclave che aveva ripudiato le leggi dello Stato italiano, o forse non le aveva mai conosciute, per prodursene altre a proprio uso e consumo. Un'esemplificazione alla luce del sole di quel che teorizzò il giurista Santi Romano riconoscendo alla mafia il ruolo di istituzione dotata di un proprio ordinamento giuridico. Se sia davvero una cittadella della mafia, quella appena scoperta a Cruillas, saranno i magistrati ad accertarlo. Certo è che il successo dell'operazione dei vigili corrisponde a un insuccesso ben maggiore, che trova eco nell'allarmata intervista del sostituto procuratore Domenico Gozzo a Repubblica: se lo Zen si avvia a diventare come Scampia a Napoli, anti-Stato nello Stato, anti-città nella città, autosufficiente e intollerante di ogni controllo di legalità, e da Falsomiele a Cruillas, da Ciaculli a Partanna possono sparire in un batter d'occhio migliaia di metri quadrati di verde lasciando spazio a migliaia di metri cubi di cemento, vuol dire che Palermo non esiste più. Che non c'è più una città fatta di centro e periferie, di quartieri borghesi o degradati, e alsuo posto è sorta una costellazione di tribù non comunicanti tra loro, che adorano i propri totem, credono ai propri stregoni e obbediscono ai propri grandi capi. Perciò saranno i prossimi mesi, forse addirittura le prossime settimane, a dare la giusta definizione alla campagna di Cruillas degli uomini di Maurizio Pedicone, come al blitz di San Lorenzo della Procura di Piero Grasso: coraggiose inversioni di tendenza alla deriva antistatuale dei quartieri di periferia, passi d'avvio del recupero di generazioni di palermitani in bilico sul crinale tra Europa e Terzo mondo; oppure colpi di coda di uno Stato perdente, che parla ormai una lingua diversa, che afferma concetti incomprensibili a decine di migliaia di persone che già pagano le tasse a un fisco diverso da quello italiano per godere di servizi come l'acqua corrente o l'elettricità. Non è facile rintracciare con nettezza i contorni delle colpe e delle omissioni, dei crimini e delle superficialità di generazioni di amministratori che hanno lasciato marcire interi pezzi della città, affidandone il governo a grandi elettori e capibastone che nelle urne li avrebbero ricompensati. Il decennio orlandiano, anche in periferia, sparse semi di speranza ma non riuscì a trasformarli in frutti duraturi, delegando a qualche parroco e a pochi volontari il compito di sventolare la bandiera dei diritti in terre che da sempre conoscevano solo le insegne dei favori. La normalizzazione che ne è seguita ha steso su insulae e casermoni un grigio sudario di rassegnazione. All'ombra del quale mafiosi e malacarne hanno eretto la frontiera con lo Stato e con l'Europa, con lo sviluppo e la legalità. Valicare quel confine, abbattere quelle garitte, non è impresa che possa essere lasciata a un pugno di magistrati o a un manipolo di vigili urbani. Richiede in una politica a corto di idee e risorse un coraggio che finora non ha mostrato, una capacità di mobilitare forze sane ed energie nuove che non sa neanche cercare. Ma è qui, e non altrove, che Palermo si gioca il diritto di essere Italia.