CASERTA - Nel nostro Bel Paese il divario nord-sud si è vistosamente acuito negli decenni anche nel campo della tutela e della valorizzazione del patrimonio storico. Pur lasciando sullo sfondo lo scandalo dei monumenti archeologici lasciati crollare a Pompei per la mancata manutezione (avendo irragionevolmente «distratto» le risorse pubbliche per la realizzazione di un'orrenda cavea tufacea «finto-antica» nel Teatro Grande), resta altresì eclatante la dissimetria tra l'eccellente recupero delle regge sabaude in Piemonte rispetto all'incivile abbondono dei siti reali borbonici in Campania. Ne è esempio probante il confronto tra il degrado al quale è stato condannato dall'insipienza amministrativa degli enti locali il Casino Reale di Carditello e il lodevole restauro della Venaria nei pressi di Torino, portato a compimento in occasione delle celebrazioni dei primi centocinquant'anni dell'unità d'Italia. I BENI - Se è vero che la tutela dei beni ereditati dal passato rappresenta non solo un imperativo etico e culturale, ma anche un'opportunità per lo sviluppo economico di una regione, allora la questione non è irrilevante. Per quanto possa apparire paradossale, nello scorso mese di gennaio è andata deserta per l'ottava volta l'asta per la vendita del Casino Reale di Carditello, nonostante che la base di gara fosse di soli 10 milioni di euro. Né il Ministero per i Beni Culturali, né la Regione, né la Provincia, né il Comune si San Tammaro hanno avanzato offerte, riservandosi di intervenire (in caso di necessità) mediante il diritto di prelazione. Eppure, nonostante l'assurdo abbandono ed i reiterati saccheggi subiti, il monumento borbonico preserva ancora percepibile il suo fascino magnetico. Si deve a Francesco Collecini il disegno dell'impianto architettonico nel 1787, su incarico di Ferdinando IV che volle trasformare un preesistente casino di caccia, acquisito nel 1744 da suo padre Carlo di Borbone, in un'azienda modello per l'allevamento dei cavalli e dei bovini. In quella fase il Collecini architetto romano, allievo di Luigi Vanvitelli fu impegnato dalla corte nella progettazione anche di altre significative iniziative imprenditoriali, tra le quali spicca l'utopica colonia di San Leucio, destinata alla produzione industriale d'avanguardia dei tessuti in seta pregiata. LA PALAZZINA CENTRALE - A Carditello il tema della reggia-azienda fu declinato con elegante razionalità neoclassica. La palazzina centrale destinata a residenza regale contraddistinta dalla raffinatezza degli apparati decorativi, nonché dall'accentuata verticalità del corpo monolitico sormontato da un'ampia terrazza belvedere fu affiancata da due simmetriche e lunghe ali orizzontali, ritmate da otto torri collocate nei punti di snodo tra le retrostanti quattro corti agricole. L'elemento più suggestivo della composizione resta però a tutt'oggi quel che sopravvive dello stadio per le corse dei cavalli (che si svolgevano ritualmente nel giorno dell'Ascensione), ideato dal Collecini alla maniera di un antico circo romano, con due obelischi nei fuochi curvilinei e un tempietto rotondo, eretto nel bel mezzo della pista, come osservatorio privilegiato per il re. Alla già di per sé straordinaria qualità dell'architettura si aggiunse la preziosità delle decorazioni degli spazi interni, con arredi mobili di alta fattura, nonché con rivestimenti di marmi e camini di pregio (purtroppo trafugati fino in anni recenti). Fortunatamente permangono ancora alcuni affreschi (da restaurare con urgenza) dipinti da artisti di chiara fama, tra i quali Fedele Fischetti e Jakob-Philipp Hackert. Con la consueta maestria, Hackert trasfigurò in idillio le scene di vita rurale in quella terra allora «felice». GLI OLTRAGGI - È triste dover constatare che il nostro tempo ha recato solo oltraggi a questa architettura esemplare, immersa all'origine in una grande tenuta regale, ricca di boschi e di fertili campi agricoli. Non ultimo per gravità resta il vulnus di aver lasciato aprire a poca distanza dalla reggia una discarica abusiva, con la tacita acquiescenza degli enti preposti alla tutela del territorio. Per onor di cronaca va però ricordato che c'è stato un momento in cui sembrava davvero che stesse per avviarsi il recupero del sito di Carditello nel cono prospettico di una bonifica dell'intera area dei Regi Lagni. IL RECUPERO FALLITO - Tra l'8 e il 12 dicembre 2009, presso la Mostra d'Oltremare, fu presentato dall'allora assessore regionale all'agricoltura Gianfranco Nappi un programma di recupero dei Regi Lagni denominato «Terrafelix» di fronte ad un ampio parterre composto da rappresentanti degli enti locali, funzionari e docenti universitari. Le modalità e tempi attuativi del progetto (nell'arco di dieci anni) furono illustrati (con dovizia di dettagli) dall'architetto-paesaggista Andreas Kipar, internazionalmente noto per aver attuato in tempi record il ripristino ambientale della Ruhr. A quell'annuncio seguirono conseguenti atti deliberativi e stanziamenti di risorse. Peraltro fu sottoscritta dalla Regione una convenzione con le Università Federico II e Sun per uno «studio di fattibilità» finalizzato a ripristinare nel sito di Carditello le originarie attività produttive nella filiera agro-alimentare, con l'aggiunta sperimentale di un innovativo «Giardino e Museo della Biodiversità». Ciò al fine di rendere redditizio il recupero di un bene culturale, elevandolo a volano di sviluppo del settore agricolo, oltre che ad attrattore del turismo. Tutto si è sciolto, come neve al sole, dopo le elezioni regionali del 2010. Tuttavia crescente e sempre più agguerrita è divenuta la mobilitazione delle associazioni civiche che chiedono di «salvare Carditello». Nel prossimo mese di giugno si svolgerà una nuova asta. Non resta da augurarsi che l'eventuale e reiterata indifferenza delle pubbliche istituzioni possa essere surrogata dall'iniziativa di una fondazione bancaria o da una libera iniziativa finanziaria della cittadinanza attiva. Non è mai troppo tardi.