Un Paese che ha un Ministero della Cultura che, per competenze, non sfigura al tavolo con i ministeri degli altri grandi paesi europei; dove cioè la cultura «dai margini è passata al centro dell'azione di governo»; tant'è che, nonostante il rigore d'obbligo per rientrare nei parametri di Maastricht, lo Stato, nel suo complesso, enti locali inclusi, ha aumentato del 40 i suoi investimenti nel settore; ma ne è stato ricompensato, perché ne ha visto crescere il valore aggiunto del 2,3, cioè una volta e mezzo il Pil nazionale. Di che paese parliamo? Dell'Italia. No, non questa del 2005, dove la Scala brucia, i musicisti di Santa Cecilia sono in sit in davanti a Palazzo Chigi, lo Stato, tramite le Scip, vende sottobanco pezzi del suo patrimonio d'architettura moderna, la Moratti cancella la storia dell'arte dai programmi scolastici e il ministro Urbani ogni trenta giorni dice che si dimette perché gli scippano la ragione sociale del suo dicastero - i Beni - o perché la Finanziaria gli regala solo elemosine. Parliamo dell'Italia uscita dal periodo 1990-2000, fotografata nel secondo rapporto decennale messo a punto dall'Associazione per l'Economia della Cultura: un volume poderoso che in quasi ottocento pagine diagnostica cos'è avvenuto nel'ultimo scorcio di Novecento nel campo di 1)beni culturali 2)spet-tacoli dal vivo 3)audiovisivi 4)industria editoriale, secondo la definizione più attuale che, della «cultura» ha sancito l'Unione Europea. Il rapporto è stato presentato ieri a Roma, nelle sale della ex Chiesa di Santa Marta, dal presidente dell'Associazione, Vittorio Ripa di Meana, dai curatori Carla Bodo e Celestino Spada, e da un gruppo di esperti e responsabili istituzionali che illustravano già, visivamente, gli snodi che la parola «cultura» nasconde, negli anni in cui il capitalismo culturale va sostituendosi al capitalismo industriale e in un paese, il nostro, proprio da quegli anni Novanta affetto dalla patologia del conflitto d'interessi: l'appena scaduto presidente dell'Authority delle Telecomunicazioni Enzo Cheli, il presidente della Fieg Boris Biancheri, Pio Baldi, direttore del Mbac per l'arte e l'architettura contemporanea, Sabino Cassese, giurista, l'economista Paolo Leon. In finale, dal ministero che sta centro metri più in là, arriva Giuliano Urbani. Carla Bodo analizza il versante pubblico: dopo gli anni Settanta in cui la cultura diventa interesse istituzionale e già da subito materia di contendere tra le neonate Regioni e il neonato Ministero voluto da Spadolini; gli Ottanta, quando comincia a far gola economicamente (e un ministro, che ci intravede l'oro, s'inventa la formula dei «giacimenti»); i Novanta (la seconda metà) sono quelli in cui, appunto, nonostante si tiri la cinghia per Maastricht, l'Italia scopre che investire nei musei può rendere: investe lo Stato, meno i privati (aprono gallerie da un pezzo chiuse come la Borghese, ma la pubblicità langue, i consumi crescono al rallentatore). L'Italia pubblica consegnata al 2000 però soffre di due patologie: lo «scandalo della deprivazione culturale dell'Italia meridionale», visto che per 500.000 lire annue spese pro capite in consumi culturali in Val d'Aosta, in Campania se ne spendono 25.000; e l'accentramento che persiste: in barba alle leggi Bassanini ma anche ai proclami di devolution i 400 musei e siti nazionali sono ancora tutti - oggi - nelle mani dello Stato. Spada entra nel versante, molto più problematico, del privato: sul versante consumi i giornali perdono il 21 di lettori, la spesa per audiovisivi aumenta del 33, ma il grosso, 33.000 miliardi di lire, va alle pay tv, cioè finanzia le società sportive e non l'industria culturale, e il consumo di prodotti che rappresentano la «modernità» va a prodotti delle multinazionali (i due terzi del mercato dei video per esempio); sul versante imprese è il decennio in cui spariscono tutte quelle non collegate alla tv, Fonit, Ricordi, Cecchi Gori; decrescono in generale i consumi e perciò nell'editoria, specie nei giornali, cresce il ruolo dei pubblicitari: l'informazione si inquina. Su tutto, il cancro, duopolio tv e conflitto d'interessi. Oggi il male resta. Anzi, s'ingigantisce. Quel po' di bene recede. Però, sotterraneamente, qualcosa cambia. Cheli osserva che, nell'audiovisivo, in epoca di digitale il problema democratico è il «diritto di accesso»: dei produttori di contenuti alle reti, e degli utenti ai contenuti; Biancheri sottolinea che la battaglia pubblicitaria tra giornali e tv è a un punto «abnorme», grazie alla legge Ga-sparri. Leon sottolinea che all'investimento in campo culturale effettuato in epoca di Ulivo, con conseguente crescita del Pil nonostante la corsa a ostacoli per Maastricht, oggi segue il nulla. Quello che cambia è che c'è il Web: un mondo che cresce e soppianta altri media, senza che ancora si sappia misurarlo, né in termini economici, né di democrazia. Finale, arriva Urbani. Annuncia che il ministero sta mettendo a punto un libro bianco. Per dire cosa? Che la cultura è importante, è una risorsa. A memoria futura, per il prossimo governo.