I criteri e gli studi scientifici che sono alla base del recupero La mostra che si tiene a Napoli fino al 9 luglio, nelle sedi di Capodimonte e di palazzo Zevallos Stigliano (con qualche appendice distribuita in altri luoghi della città), è la sedicesima della serie Restituzioni iniziata nel 1989 a Vicenza. Ad opera, allora, della Banca Cattolica del Veneto; oggi, a seguito delle trasformazioni intervenute, di Intesa Sanpaolo. Nei limiti del budget previsto, la banca finanzia restauri di opere di proprietà pubblica, secondo richieste avanzate dalle soprintendenze o da altri istituti proprietari, ma sempre con l'avallo degli enti di tutela; e già questa è una caratteristica che merita segnalare. Alcune opere appartengono a grandi musei statali: quest'anno, ad esempio, la Galleria Palatina di Firenze, il Museo di Capodimonte, la Pinacoteca di Brera, la Galleria dell'Accademia di Venezia; ma numerose altre provengono da realtà relativamente minori, tanto che l'averle privilegiate testimonia un'attenzione apprezzabile per i beni culturali diffusi nel territorio, la cui abbondanza costituisce la vera peculiarità del nostro Paese. Anche se fra gli autori delle opere restaurate non ne mancano di noti anche ad un pubblico non specializzato, Restituzioni si propone di intervenire utilmente laddove, per una ragione o l'altra, l'intervento pubblico necessiti di un aiuto; si troveranno quindi in mostra anche singoli oggetti ed insiemi, soprattutto di provenienza archeologica, il cui valore consiste non tanto nell'arte quanto nelle testimonianze storico-antropologiche offerte. I criteri di selezione seguiti dal comitato scientifico tengono particolarmente conto del quoziente di sincerità, affezione e impegno che il proponente ha messo nella richiesta, e della previsione di una fruizione pubblica soddisfacente; perché la nozione attuale di restauro richiede giustamente chiarezza progettuale sulla vita futura dell'opera restaurata. Il concetto moderno di conservazione risponde difatti ad una concezione complessa, che esamina le problematiche conservative di un manufatto in maniera globale. Di qui l'importanza della fase conoscitiva precedente l'intervento, la diagnostica, che si compie oggi con forte partecipazione degli scienziati. Chimici, fisici, biologi; non sono loro a determinare le scelte operative, a differenza di quanto accade in altre tradizioni, come l'anglosassone, ma mediante l'esecuzione di indagini invasive e no (che prevedano cioè o meno il sacrificio di una minima quantità di materiale), devono fornire risposte ai quesiti rivolti dai restauratori. Quali sono le condizioni conservative del manufatto, quali le tecniche con cui fu realizzato, quali le tracce dei restauri precedenti? D'altra parte, sono i restauratori, in collaborazione con gli storici, ad interpretare i risultati delle analisi, operazione spesso assai critica. Queste fasi conducono a quella conoscenza più completa possibile dell'oggetto che deve precedere l'intervento; soltanto allora potrà avere inizio lo stadio dell'esecuzione materiale, affidata ad un professionista del restauro che è oggi ben diverso dal semplice artigiano della tradizione. È vero però che l'insufficiente distinzione normativa del restauro dai lavori pubblici farà sì, nelle previsioni di molti, che in futuro i restauri potranno essere assegnati prevalentemente ad imprese generaliste di grandi dimensioni, alla sola condizione di assumere di volta in volta gli specialisti necessari. Restituzioni, che sul suo sito Internet offre ampia informazione sulle opere e i loro restauri, ha anche il merito di offrire uno spaccato affascinante sulle realtà tecniche e sociali del restauro italiano attuale.