La notizia è epocale: di quelle che spaccano in due le storia dell'arte. E il «Fatto» è in grado di raccontarla in anteprima. A Firenze è stata scoperta la 'O' di Giotto. Fa impressione anche solo dirlo: decine di generazioni l'hanno cercata, senza successo, ma tramandandosi questa missione, con amore e tenacia. Più emozionante del Santo Graal, più rara della Fenice: la 'O' di Giotto è il vero mito fondativo dell'arte occidentale. E la sua riscoperta è avvenuta per caso: alla faccia della bolsa retorica dello studio, e alla faccia della serietà scientifica. Ed è davvero imbarazzante doverlo riconoscere: ma se qualcosa ha aiutato il caso, ebbene quel qualcosa sono stati l'intuito e la testardaggine del sindaco rottamatore. Ma andiamo con ordine. Circa un mese fa lo staff impegnato nella ricerca della Battaglia di Anghiari (il mitico capolavoro perduto di Leonardo: sì, proprio il protagonista dei Da Vinci's Demons su Sky) si è accorto di esser andato troppo avanti nella perforazione del muro costruito da Giorgio Vasari. Carte alla mano, era evidente che avevano superato (e invano) la parete dove si sperava (tra mille polemiche: di cui ora è giusto fare ammenda) di rinvenire il capolavoro dell'autore del Santo Graal e della Sindone. Ma alla delusione è presto subentrata una nuova, elettrizzante consapevolezza: il muro che appariva nei monitor era quello del primo Trecento, e le sonde restituivano un'immagine inconfondibilmente geometrica. È bastato un attimo per capirlo: si era ritrovato un capolavoro ancora più assoluto. La 'O' di Giotto era tornata a vivere! Ma quando un giornale ci comunica l'ennesimo ritrovamento di un capolavoro straordinario, come facciamo a essere certi che non ci stia propinando della merce avariata? Diciamo subito che come in un processo sono le prove a fare la differenza. Il Giotto che il "Fatto quotidiano" è oggi in grado di mostrare in esclusiva italiana è un'opera sostenuta non da ipotesi, ma da prove. Inoppugnabili: proprio come quelle che attestano il ritrovamento delle ossa di Caravaggio e di Monna Lisa. La perfezione del ductus, la composizione del pigmento (analizzato in un prestigioso laboratorio di Frittole) e l'ampiezza del raggio non lasciano dubbi: non può trattarsi di nient'altro che del celeberrimo tondo di Giotto. Giorgio Vasari racconta che il padre dell'arte italiana lo tracciò su un foglio di carta per prendersi gioco di un messo papale, che lo voleva mettere alla prova. Ma un prestigiosa rivista fiorentina («Cosimiana») ha dimostrato che la scena si deve collocare nel palazzo civico fiorentino, e che il grande tondo venne invece dipinto proprio su quella parete. Tuttavia, la prima e decisiva prova è l'opera stessa, che siamo in grado di mostrarvi in una fotografia, purtroppo parziale: l'unica per ora restituita dalle sonde. Non per caso, questa inoppugnabile conclusione è stata confermata dall'analisi stilistica di uno dei più eminenti studiosi di Giotto (il professore francese Maxim des Aveugles, dell'università di Voir-par-les-Oreilles), il quale ha dichiarato che «nel segno curvo riapparso a Firenze si coglie il palpito della storia: è la linea di Apelle che sta per farsi circonferenza dell'uomo vitruviano. Qui Giotto traduce la tradizione in modernità, l'ombra in luce, il non-essere in forma». I sondaggi hanno rassicurato sulla buona salute del supporto murario: si potrà tagliare la parete, ed estrarre il capolavoro (con minimi danni per gli affreschi di Vasari: la cui sopravvivenza appare ora, comprensibilmente, un problema secondario). L'operazione avverrà in diretta mondiale, e sarà completamente finanziata da un notissimo canale televisivo americano di divulgazione scientifica. In autunno l'opera sarà esposta nel Battistero di Firenze, d'intesa con le autorità ecclesiastiche: con un'operazione ardita, quanto affascinante, si esalterà il significato evidentemente religioso dell'opera. Non si tratterà, infatti, di una mostra, ma di un'ostensione, dal titolo «Circuitum Fidei». Potere dell'arte, la Massoneria fiorentina (notoriamente riservata, quanto presente nella vita pubblica del capoluogo toscano) si è detta disposta a collaborare con la Curia in nome del comune interesse per i simboli geometrici. Ma questo sarà solo l'inizio di un tour trionfale. Dalla fitta coltre di riserbo emerge solo che la seconda tappa dell'esposizione si terrà in una città del nordest, e avrà come titolo: Giotto verso Mondrian: la quadratura del cerchio. Quindi il capolavoro verrà noleggiato ad un miliardario indiano che celebrerà il suo matrimonio agli Uffizi. Infine è previsto un tour nelle capitali dell'estremo Oriente: ed è già allo studio un box antinucleare che dovrebbe proteggerlo dai missili nordcoreani. Se il fatto che l'opera non sia in perfetto stato di conservazione è motivo di rammarico, è di non piccola consolazione la possibilità di poterla trasportare, per riavviare quel circolo (è il caso di dirlo!) economico che è il vero fine del patrimonio: una cultura che finalmente fattura. Una volta tornata a Firenze, la 'O' sarà esposta in un apposito museo (già commissionato ad un pool di archistar) che sorgerà al centro di Piazza della Signoria: la grande occasione che la città aspettava per varcare finalmente la soglia della modernità. PS: Vasari conclude l'aneddoto ricordando che ancora ai suoi tempi ai creduloni si diceva: «"Tu sei più tondo che l'O di Giotto": il qual proverbio non solo per lo caso donde nacque si può dir bello, ma molto più per lo suo significato, che consiste nell'ambiguo, pigliandosi "tondo" in Toscana, oltre alla figura circolare perfetta, per tardità e grossezza d'ingegno». Un giro di pennello che diventa una presa in giro, un tondo per acchiappare i tonti: di questo si parla nel mio libro La madre dei Caravaggio è sempre incinta, (Skira), tutto dedicato alle bufale storico-artistiche che quasi ogni giorno trovate sui giornali italiani. Balle ad arte, insomma: proprio come quella che avete appena letto.