E' NECESSARIO che Firenze risponda positivamente all' appello lanciato da Zubin Mehta dopo l' esecuzione della prima sinfonia di Mahler. Esistono, però, modi giusti o sbagliati per seguire questo invito accorato. Un modo sbagliato, ad esempio, è quello seguito dal maestro Ruffini che sul Corriere Fiorentino rintraccia le ragioni della gravissima crisi attuale in «... una mala gestione che dura almeno da un quindicennio» e nei bilanci negativi protrattisi «...dal 1999, anno dell' ultimo pareggio di bilancio», fino ad oggi. Invece, il bilancio consuntivo del 1999 registrò circa sette miliardi di lire di perdite, mentre il problema delle perdite di bilancio ha afflitto il Teatro del Maggio fino dai tempi della sua fondazione. Il Teatro fu commissariato, infatti, già nel 1974 e Massimo Bogianckino (il miglior sovrintendente che Firenze abbia avuto dopo Labroca, e che fu chiamato come consulente artistico proprio da quel commissario) fu costretto a far eseguire in forma di concerto l' intera programmazione lirica del Maggio ' 94. SE SI vuole, dunque, capire perché il nostro Teatro non sia stato in grado di seguire l' esempio di quei quattro o cinque teatri lirici italiani che hanno raggiunto, dopo l' inizio della stretta finanziaria sul FUS, un sostanziale pareggio di bilancio, bisognerà far ricorso a parametri di giudizio meno elementari del sempre citato deficit del bilancio annuale. Nella ricerca degli indicatori significativi dello stato di salute di una Fondazione è essenziale tenere presente, accanto al deficit, la crescita o la diminuzione del patrimonio (Dlgt. n. 367 del 1996 ) ma anche il posto ottenuto dal Teatro nella graduatoria delle sovvenzioni statali: perché queste costituiscono la maggior parte degli introiti delle Fondazioni liriche, e perché, dato che le sovvenzioni vengono erogate in base alla quantità ed alla qualità della produzione, agli incassi derivanti dagli spettacoli ed al numero complessivo degli spettatori, esse costituiscono una classifica oggettiva della qualità della gestione artistica ed economica dei teatri sovvenzionati. Altri parametri importanti sono, poi, dopo le riforme del 1996 - 1998, l' entità degli apporti dei soci privati ed il rapporto fra la spesa corrente (rappresentata essenzialmente dal personale) e quelle spese di investimento che rappresentano la capacità di produzione del Teatro. Fino ad un recente passato (2005) il nostro Teatro è stato sempre sofferente in uno dei parametri sopra elencati, il deficit di bilancio: croce dei sovrintendenti e dei consigli di amministrazione, consapevoli che l' esistenza di un deficit indicava un disequilibrio da recuperare ma anche del fatto che la positività degli altri indicatori significava la possibilità di recuperare quegli squilibri senza deprimere la qualità e la quantità della produzione. Mi permetto di far notare, a questo proposito, che negli anni che mi riguardano si realizzarono dei (ragionevoli) deficit ma in presenza di un rilevante incremento (più di sette milioni di euro) del patrimonio della Fondazione; della crescita delle produzioni; degli incassi; degli apporti dei soci privati e del mantenimento della storica posizione del Teatro nella classifica delle sovvenzioni statali. A partire dal commissariamento della Fondazione del 2005, tutti i più importanti degli indici sopra elencati sono divenuti, invece, progressivamente negativi ed il quantum del segno negativo di ognuno di essi è precipitato drammaticamente negli ultimi tre anni. Che cosa occorre fare, dunque, per non far morire la Fondazione del Maggio Musicale Fiorentino? E' evidente che la Fondazione non può più, oggi, correggere da sola i propri squilibri e per il suo salvataggio diventa decisivo l' apporto dei soci fondatori: Stato, Comune di Firenzee Regione Toscana: tutti coinvolti, per legge e per statuto, nella gestione del Teatro (ma con un particolare coinvolgimento del Comune di Firenze nell' ultimo triennio) e tutti tenuti ad un intervento straordinario per il salvataggio di una delle maggiori istituzioni culturali italiane. Appare, perciò, non convincente il percorso imboccato dal Commissario, perché, da un lato, se non si vuole ridurre la Fondazione ad una dimensione regionale, il personale non potrà essere decimato, anche perché il Teatro potrà salvarsi solo rilanciando il Maggio e moltiplicando la sua produttività; e d' altra parte, la pretesa di ridurre le retribuzioni dei lavoratori al di sotto della media nazionale è ingiusta nei confronti di chi ha pagato finora il maggior peso della crisie spingerebbei migliori degli orchestrali, coristi e tecnici ad una " fuga " rovinosa per il patrimonio artistico del Teatro. In questo quadro, quale sarebbe, allora, il senso dei duecento milioni spesi per la costruzione del nuovo «Teatro dell' Opera» se esso sarà la sede non di una grande Fondazione ma di un modesto Teatro di tradizione?